La scoperta è che Malevic era ucraino

Konstantin Akinsha racconta come «decolonizzare» il fondatore del Suprematismo

«Contadini» (1930 circa) di Kazimir Malevic © Foto Museo di Stato Russo San-Pietroburgo. Cortesia di Royal Academy of Arts Londra
Konstantin Akinsha |

L’aggressione russa all’Ucraina ha suscitato accese discussioni nella comunità artistica ucraina su che cosa fare della «cultura russa». Oggi si ripete spesso la parola d’ordine «decolonizzazione», tanto che la situazione attuale merita un breve excursus storico. Il Regno russo incorporò le terre ucraine sulla riva sinistra del fiume Dnepr nel 1667. Nel 1793, dopo la seconda spartizione della Polonia, l’Impero russo annetté i territori sulla riva destra.

Da allora, l’Ucraina è stata sotto la dominazione russa e poi sovietica. Dopo la Rivoluzione, nel 1917-21 i bolscevichi stroncarono un tentativo di creare uno Stato indipendente. La cosiddetta politica di «ucrainizzazione», inizialmente sostenuta da Mosca, fu portata a termine nel 1931 con spietate purghe dell’élite intellettuale ucraina. Dopo l’ondata di brutali repressioni, il modernismo ucraino fu condannato all’oblio. Le opere d’arte che non vennero distrutte furono inviate in depositi segreti.

Lì hanno preso polvere fino alla dichiarazione d’indipendenza del 1991. La Russia di Putin ha ereditato l’approccio imperialista dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica e l’Occidente ne è diventato complice involontario. Nessuno ha cercato di capire la differenza tra la cultura russa e quella ucraina. La parola «Russia» è spesso usata per descrivere l’Impero russo, l’Unione Sovietica e l’attuale Federazione Russa.

Definizioni ombrello come «avanguardia russa», introdotte dal mercato dell’arte occidentale, coprono il modernismo radicale prodotto nelle diverse parti dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica. I musei occidentali, fino a oggi, hanno classificato numerosi artisti ucraini come «russi» nei loro cataloghi e siti web. Questa errata interpretazione infastidisce gli storici dell’arte ucraini.

Il grido di battaglia dei primi anni 2000 era «Malevic è ucraino!» (e in effetti era nato a Kiev nel 1879). Il pittore trovò poi rifugio in Ucraina, dove insegnò all’Istituto d’Arte di Kiev dal 1928 al 1930, non essendo riuscito a ottenere una posizione ufficiale a Mosca o a Leningrado in quel periodo. L’influenza di Malevic sull’arte ucraina fu immensa e la sua partecipazione alla vita artistica fu determinante.

Tuttavia, una campagna avviata nel 2015 per rinominare il principale aeroporto di Kiev con il nome di Malevic si è poi spenta senza clamore. Oggi molti storici dell’arte non vogliono usare etichette etniche per classificare gli artisti. Tuttavia, i musei statunitensi utilizzano proprio questo sistema di classificazione. Il sito web del MoMA di New York identifica Malevic come «russo, nato in Ucraina», anche se l’artista era di etnia polacca e l’Ucraina non esisteva come Paese al momento della sua nascita. Anche gli Harvard Art Museums ritengono che il pittore fosse russo, nato a «Kiev, Russia».

Ma non sono i soli a commettere un simile errore. La differenza tra Russia e Impero russo è sfuggita all’attenzione della maggior parte delle istituzioni museali occidentali. Per non dire dell’ortografia russa del nome della città di Kiev. Il sito web dello Stedelijk Museum di Amsterdam dichiara che Malevic è nato a «Kiev (UA)», sebbene lo Stato ucraino indipendente, noto con l’abbreviazione UA, sia stato fondato 112 anni dopo la nascita dell’artista.

Solo la Tate Modern, cercando valorosamente di evitare problemi, descrive Malevic come «un artista d’avanguardia russo polacco-ucraino». Il disordine che circonda le etichette etniche, le grafie e i nomi storici dei diversi Paesi non si limita al complicato background del creatore del Suprematismo. Vasil Yermilov (1894-1968), la quintessenza del Costruttivismo ucraino che trascorse la maggior parte della sua vita a Kharkiv, fino a poco tempo fa era descritto sul sito web del MoMA come «russo».

Dopo numerosi appelli da parte di storici dell’arte ucraini, l’artista è diventato ucraino. Altro effetto positivo del recupero di Yermilov è stato che il museo, dopo alcune richieste da parte di Tetiana Filevska, direttore creativo dell’Istituto ucraino, ha finalmente corretto il posizionamento del suo rilievo «Composizione n. 3», che per molti anni è stato esposto al contrario! Tuttavia, Yermilov è rimasto russo sui siti web del Los Angeles County Museum of Art e del Mead Art Museum di Amherst, Massachusetts.

Tutti questi dettagli possono sembrare secondari, ma sono essenziali non solo per placare i sentimenti ucraini. I musei si stanno finalmente rendendo conto della necessità di applicare standard storici specifici alla descrizione degli oggetti delle loro collezioni, di imparare i nomi storici dei loro Paesi d’origine e di padroneggiare l’ortografia contemporanea di Kyiv.

Konstantin Akinsha è storico dell’arte e curatore presso l ’Avant-garde Art Research Project, Regno Unito

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