La romana Sala era una delle maggiori città del Marocco

A tre chilometri da Rabat si scava nel Parco archeologico, grande cinque volte Pompei, di Chellah. Il direttore degli scavi Abdelaziz El Khayari racconta le ultime scoperte e la speranza di trovare i resti del porto antico

Frammento di scultura proveniente dall’impianto termale
Lucrezia Mutti |  | Rabat

Il 3 novembre scorso sono stati presentati i risultati preliminari di un progetto di ricerca pilotato dall’Insap (Institut National des Sciences Archéologiques et du Patrimoine) sull’area di Chellah, a tre chilometri dalla capitale Rabat. Tra marzo e luglio 2023 il gruppo di ricercatori diretto da Abdelaziz El Khayari ha effettuato indagini geofisiche e scavi su una zona all’esterno delle mura della necropoli medievale dei sultani merinidi (XIV secolo), mai esplorata prima e interamente coperta dalla vegetazione. Situato sulla costa sud dell’estuario del fiume Bou Regreg, il Chellah, classificato Patrimonio mondiale Unesco dal 2012, costituisce un parco archeologico dalla superficie pari a cinque volte Pompei e conserva i resti della romana Sala con il decumano massimo, il foro, una fontana monumentale e un arco di trionfo.

Con il proposito di conoscere l’estensione e i confini della città, individuarne il sistema difensivo e l’antico porto, i nuovi scavi hanno portato alla luce, per la prima volta in Marocco, un importante distretto portuale databile al I-II secolo d.C., situato nel settore delle saline (Mlaleh). Secondo El Khayary, professore di archeologia preislamica presso l’Insap, la scoperta conferma l’importante vocazione commerciale di Sala e ne ridefinisce i confini: «Ci troviamo di fronte ai resti di una delle maggiori città antiche del Marocco, più vasta della stessa Volubilis, afferma. Conoscevamo solo pochi ettari. Ora abbiamo un’intera città romana sotto di noi da indagare, estesa su una superficie di oltre 300 ettari».
Altare votivo dal quartiere del porto dell’antica città di Sala
Gli scavi hanno rivelato una pavimentazione in pietra calcarea blu, probabilmente una strada pubblica, o pertinente a una piazza, circondata da edifici con elementi architetturali importanti e un altare votivo. Nel settore chiamato Ain Ajenna («sorgente del cielo») gli scavi hanno liberato una parte di muro lunga più di 50 metri risalente al II secolo d.C., appartenente probabilmente alle mura difensive della città. Non lontano, verso l’interno, un vasto impianto termale copre una superficie di 2mila metri quadrati.

«Sarebbe il più grande della Mauretania Tingitana, concepito secondo un piano perfettamente simmetrico sul modello delle terme imperiali: due sale, una pavimentata in opus spicatum, un vasto frigidarium con una piscina e due vasche laterali. Dagli elementi in situ abbiamo la certezza che il monumento fosse riccamente decorato da affreschi, pavimenti di marmo e mosaici, spiega El Khayari. Sono stati rinvenuti anche diversi frammenti di statue in marmo e una statua con testa e braccia mutilate rappresentante probabilmente una dea romana, la prima scoperta dal 1960 ad oggi. Nello stessa zona un’iscrizione neopunica di quattro lettere, probabilmente la firma di un artigiano, suggerisce come alcuni di loro appartenessero alla popolazione Mauri che conservava ancora la lingua locale».
Veduta aerea dell’impianto termale
È stato portato alla luce anche un colombario con cinque nicchie funerarie, probabilmente della stessa epoca, in parte distrutto e utilizzato in epoca medievale per la risepoltura di una ventina di scheletri in corso di studio e datazione. Il direttore dell’Insap, Abdeljalil Bouzouggar, non ha dubbi circa «la rilevanza di questa scoperta, non solo per la storia del Marocco, ma del Mediterraneo, che potrebbe fornire dettagli socio-storici inediti e specificità dell’epoca mauritano-romana». «Speriamo di ritrovare prossimamente i resti del porto antico, afferma El Khayari. Gli scavi proseguiranno nel 2024 in settori differenti del Chellah e saranno accolti cantieri scuola per la formazione di giovani ricercatori dell’Insap, come abbiamo già fatto quest’anno».

Il sito, tempo addietro proibito ai non musulmani, è stato oggetto delle prime indagini ufficiali solo a partire dagli anni ’20, rivelando una stratigrafia complessa. Il Ministero ha investito ad oggi circa 455mila euro, anche se il ministro della Cultura Mohamed Mehdi Bensaid, alla luce dei risultati ottenuti, promette nuovi stanziamenti (1,5 milioni di euro). L’obiettivo: consolidare il turismo culturale raddoppiando l’affluenza al sito (circa 500mila visitatori l’anno) e finalizzare le ricerche dell’Insap e il restauro degli edifici in previsione della Coppa del Mondo di calcio del 2030.

© Riproduzione riservata Abdelaziz El Khayari, direttore dello scavo
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