La relazione stringente di Ettore Frani con il Sassoferrato

Nel Palazzo degli Scalzi le opere del pittore di Termoli sono affiancate a dieci inediti di Giovanni Battista Salvi

Un particolare di «Luminosa» (2021) di Ettore Frani. Foto Paola Feraiorni
Marta Paraventi |  |  Sassoferrato (An)

Palazzo degli Scalzi ospita la Rassegna Internazionale d’Arte | Premio G.B. Salvi giunta alla 72ma edizione (è la più longeva rassegna artistica italiana dopo la Biennale di Venezia e il Premio Michetti di Francavilla al Mare), con la mostra «Salvifica. Il Sassoferrato e Ettore Frani, tra luce e silenzio», a cura di Federica Facchini e Massimo Pulini (6 ottobre-28 gennaio 2024).

Come lo scorso anno l’evento propone inediti accostamenti tra opere di un artista contemporaneo, in questo caso Ettore Frani (Termoli, 1978) e dieci dipinti inediti di Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato (1609-85), provenienti dal mondo collezionistico e antiquario: l’evento si configura quindi sia come momento di ricerca su uno dei pittori più affascinanti del XVII secolo e sulla sua perizia tecnica nella resa di iconografie sacre senza tempo, sia come confronto con artisti in linea con le singolari caratteristiche iconiche, concettuali e mistiche della sua ricca produzione.

La ricerca di Ettore Frani spazia da un’intima riflessione sul mondo della natura quanto su quello della pratica pittorica come luogo di autentica e profonda esperienza meditativa e spirituale: ne emerge una «poetica affrontata con grande profondità e rigore, concettuale ed esecutivo, e che si pone in una relazione stringente e feconda con l’opera pittorica del Sassoferrato», scrive Facchini in catalogo.

Ecco quindi volti femminili che emergono dall’oscurità pulviscolare («Luminosa», un soggetto affrontato in anni diversi; nella foto) in dialogo con la purezza formale dei volti perfetti delle Madonne del Sassoferrato (la «Madonna orante» di Altomani&Sons reca ancora nel retro in uno dei quattro sigilli lo stemma di Leopoldo, viceré di Napoli e principe di Salerno); panneggi sofisticati sospesi tra il buio e la luce soffusa («I sommersi», 2017, «I sommersi I e II», 2017), che rievocano le vesti composte dei personaggi sacri dipinti; sagome di mani («I desideranti», 2020) che rimandano alla perfezione di quelle giunte in preghiera dell’artista marchigiano; lo sguardo del san Giovanni Battista bambino, un’iconografia inedita del Salvi, evocato in «Pupilla» (2019-23).

Tra visibile e invisibile, la ricerca di Ettore Frani esplora dunque una dimensione dove il tempo è sospeso, dilatato tra contemplazione e ieraticità, dove il sacro si fa immanente: le sue opere si pongono quasi in continuità con l’afflato religioso del Salvi, espresso in figure iconiche permeate del classicismo dell’amato Raffaello. Centrale è il dialogo tra la luce, che Frani riesce a «dipingere» restituendola silenziosa e mai abbagliante e la polvere concepita come pulviscolo che circola nell’aria e nel cosmo: entrambe sono tracciate sulla tela monocromo «che tende, scrive in catalogo Massimo Pulini, decisamente agli estremi, alla saturazione dei due opposti, per ottenere un profondo nero fumo che possa dare il massimo rincalzo alla purezza di un bianco cartaceo».

© Riproduzione riservata «Madonna orante» del Sassoferrato, Montegiorgio, Collezione Roberto Tulli
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