La realtà fuori misura di Chuck Close

È morto a 81 anni l'artista statunitense noto per gli imponenti ritratti fotorealistici

Un autoritratto di Chuck Close
Redazione |  | New York

Chuck Close, artista noto per il suo fotorealismo e i suoi imponenti ritratti di amici e colleghi artisti, è morto all'età di 81 anni. È stata una figura eccezionale e onnipresente nel mondo dell'arte di New York sin dalla sua prima mostra in città nel 1968.

Si era defilato dall'attenzione pubblica negli ultimi anni, a seguito di una diagnosi di demenza frontotemporale nel 2015 e di accuse di molestie sessuali da lui contestate nel 2017. «Riconosco di essere volgare, ma siamo tutti adulti», aveva detto a The New York Times, aggiungendo di essere un sostenitore delle artiste e delle donne.

Close nacque nato nel 1940 a Monroe, nello stato di Washington, dove ha iniziato a fare arte in giovane età prima di specializzarsi all'Università di Washington, laureandosi con il massimo dei voti nel 1962. Ha poi completato un master in Belle Arti alla Yale University nel 1964 e ha insegnato all'Università del Massachusetts ad Amherst, prima di trasferirsi a New York nel 1967.

Nel 1988, una lesione a un vaso sanguigno spinale lo paralizzò quasi completamente, ma dopo una lunga terapia fisica riprese attivamente a dipingere lavorando con un pennello attaccato al braccio e un cavalletto meccanico. «Mi interrogo sull'interesse che il pubblico possa avere a quello che sto facendo ora», ha detto Close in un'intervista prima della tappa al MoMA di una retrospettiva itinerante del suo lavoro nel 1998 «Il tempismo fa tanto. La gente potrebbe rispondere alla mostra con un grande sbadiglio, o interessarsi di nuovo alla pittura.

Si spera che, quando le persone vedono il tuo lavoro, rivolgano uno sguardo nuovo all'arte che pensavano di conoscere; che, in qualche modo, opere di periodi diversi si informino a vicenda e che quei periodi sottovalutati in passato siano in qualche modo rivalutati e ritenuti più interessanti di quanto non fossero in precedenza».

«Io spero che sembri come se lo stesso ragazzo abbia prodotto l'intero corpo di opere, ma che allo stesso tempo si percepisca la vasta gamma di significati ed esperienze. È così che vado avanti, mutando le modalità con cui lavoro in studio senza necessariamente cambiare iconografia. Se riesco a coinvolgere me stesso, spero di riuscire a fare lo stesso con lo spettatore. Durante tutta la mia carriera, la gente ha detto: "Oh, sta ancora dipingendo teste"».

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