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La promessa di Macron di restituire all’Africa il suo patrimonio

Stilato l'inventario delle opere africane presenti nelle collezioni dei musei francesi

Statua «Benin» Musée du quai Branly - Jacques Chirac. Foto: Patrick Gries, Dist. RMN-Grand Palais

Parigi. «Entro cinque anni dobbiamo essere in condizione di permettere il ritorno del patrimonio africano in Africa. È una priorità», aveva detto Emmanuel Macron il 28 novembre 2017 in un discorso all’Università di Ouagadougou, in Burkina Faso. Un anno dopo, il 23 novembre scorso, un rapporto sulla restituzione delle opere trafugate durante il periodo coloniale in Africa sub-sahariana è stato presentato al presidente francese. Macron ha subito annunciato la restituzione di 26 opere al Benin, portate in Francia come bottino di guerra del generale Dodds nel 1892 dopo il saccheggio del palazzo di Behanzin, ultimo re del Dahomey.

Ma ha anche preso tempo, proponendo un summit entro giugno 2019 con tutti i responsabili dei Paesi europei e africani interessati per discutere di una nuova «politica di scambi», basata non solo sulle restituzioni, ma anche su prestiti a lungo termine, depositi di opere, collaborazioni per mostre tra musei. La questione è delicata. Il rapporto sul patrimonio africano è stato considerato «shock» da numerosi osservatori ed è destinato a sollevare polemiche e dibattiti accesi.

Bénédicte Savoy, storica dell’arte e docente al College de France, e Felwine Sarr, economista e docente all’università di Saint-Louis in Senegal, hanno stilato un inventario delle opere africane presenti nelle collezioni dei musei francesi e ne hanno censite circa 46mila, entrate in Francia tra il 1885 e il 1960 dopo saccheggi o acquistate a costi irrisori, che potrebbero essere restituite anche a Ciad, Mali, Nigeria e Senegal. La maggior parte di esse appartiene alle collezioni del Musée du quai Branly-Jacques Chirac, il museo delle arti e civiltà d’Africa, Asia, Oceania e America di Parigi.

Per rendere possibile questa operazione senza precedenti, Savoy e Sarr propongono di emendare il Codice del patrimonio artistico francese, in cui è inscritto il principio di «inalienabilità» delle collezioni nazionali: le opere potranno partire solo su domanda ufficiale dello Stato africano interessato e le prime entro la primavera 2019. Finora solo il Benin ha avanzato una richiesta ufficiale nel 2016. «La maggior parte degli specialisti concorda col dire che l’85-90% del patrimonio artistico africano si trova al di fuori del continente. È un’anomalia su scala mondiale. La gioventù africana ha diritto al suo patrimonio», ha osservato Sarr sul quotidiano «Libération».

Gli oppositori al progetto temono lo «svuotamento» dei musei francesi e sollevano perplessità sulle condizioni di conservazione dei musei africani. «Le Monde» prefigura i risvolti internazionali di un’eventuale restituzione «di massa» di opere: «I musei francesi, scrive il giornale, non sono i soli a conservare parte del patrimonio africano». «La Tribune de l’Art», che ha passato al setaccio il rapporto, ne critica il metodo d’analisi e ne giudica le raccomandazioni «molto inquietanti».

Restituiamo ma con gioia

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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