La prima fotografa ad aver vinto l’Hugo Boss Prize

La complessa visione di Deana Lawson sulla questione dell’identità nera illustrata all’Ica di Boston in più di 50 scatti datati dal 2004 ad oggi

«Nation», 2018, di Deana Lawson. Cortesia dell’artista; Sikkema Jenkins & Co., New York e David Kordansky Gallery, Los Angeles. © Deana Lawson
Bianca Cavuti |  | Boston

L’Institute of Contemporary Art di Boston ospita fino al 27 febbraio la prima antologica dedicata all’opera di Deana Lawson, organizzata insieme al MoMA PS1 di New York, dove sarà allestita dal prossimo aprile.

La mostra itinerante ripercorre la carriera della 42enne autrice statunitense (prima fotografa ad aver vinto, nel 2020, l’Hugo Boss Prize) attraverso oltre 50 fotografie realizzate dal 2004 ad oggi che ben testimoniano la sua complessa visione della questione dell’identità nera.

La Lawson realizza ritratti intimi in cui i suoi soggetti posano in ambienti pubblici o privati: immagini domestiche e misteriose nello stesso tempo, che veicolano riflessioni complesse sulla storia personale e sociale, sulla famiglia, sulla sessualità, sulla spiritualità.

Costruisce meticolosamente la scena dando vita a fotografie a colori di grande formato che guardano alla tradizione della fotografia documentaria, di quella vernacolare degli album di famiglia e al lavoro di altre importanti artiste afroamericane, prima fra tutte Carrie Mae Weems.

A partire da questo approccio la fotografa crea una narrazione che gravita intorno ai corpi dei suoi soggetti, spesso persone incontrate per caso. «Sebbene rivelatrici, spiega Peter Eleey, cocuratore della mostra, le immagini della Lawson attirano l’attenzione su ciò che la macchina fotografica non riesce a catturare, e a loro volta sui tanti aspetti della vita della comunità nera che vanno al di là delle convenzioni che stabiliscono e controllano le sue modalità di rappresentazione».

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