La potenza primaria di A.R. Penck

Il pittore tedesco aveva sognato di trasformare la società sul modello del Bauhaus

A.R. Penck, «Situation ganz ohne Schwarz», 2001 (particolare). Galeria Fernando Santos, Porto (Portugal). © 2021, ProLitteris, Zurich
Ada Masoero |  | Mendrisio

Nato a Dresda, nella Germania nazista, cresciuto nella Ddr, cui la città appartenne dopo la guerra, A.R. Penck (Ralf Winkler, 1939-2017) subì a lungo, per la sua indipendenza, le attenzioni dell’apparato statale e della Stasi e nel 1980 fu espulso dalla Germania dell’Est. Si trasferì a Colonia.

Al suo arrivo nella Germania Ovest, avendo esposto a documenta 5 di Kassel (1972, invitato da Szeemann) e in Svizzera, nei Paesi Bassi e in Canada, Penck era ormai protagonista (con i compagni di strada Baselitz, Lüpertz, Polke, Richter, Immendorff...) del Neoespressionismo internazionale, tanto da partecipare, di lì a poco, a «New Spirit in Painting» a Londra e «Zeitgeist» a Berlino, e da diventare un modello, con la sua potente pittura e le sue figure primordiali, per Jean-Michel Basquiat e Keith Haring.

Parteciperà alla Biennale di Venezia del 1984 e nel 1989 la Neue Nationalgalerie di Berlino lo consacrerà definitivamente. Eppure le sue forme primarie erano comparse già negli anni ’70, com’è provato dalla grande monografica nel Museo d’Arte di Mendrisio (la prima in area italofona), dal 24 ottobre al 13 febbraio, con più di 40 dipinti monumentali, 20 sculture in bronzo, cartone e feltro e una cinquantina di opere su carta e libri d’artista, prendendo le mosse proprio da quella Standart con cui, nei ’70, aveva sognato di trasformare la società sul modello del Bauhaus, e seguendolo poi sino alla fine.

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