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Archeologia

La Pompei anatolica si chiama Metropolis

È la scoperta più rilevante nella regione nel corso del 2019, oltre ad alcuni ritrovamenti a Catalhoyuk, Arslantepe e Maydos

Resti dell’impianto termale venuto alla luce a Metropolis sulla costa egea della Turchia

Istanbul (Turchia). Anche gli ultimi mesi di scavo del 2019 hanno riservato agli archeologi che lavorano in Turchia numerose sorprese: variano per epoca dal Neolitico al tardoantico, per localizzazione geografica dai Dardanelli all’Anatolia orientale, per tipologia da monili a intere città sepolte. Nell’insediamento preistorico di Catalhoyuk, al centro della penisola, sono stati trovati 3 denti umani utilizzati come ciondoli. Gli scienziati internazionali della missione li hanno analizzati e li hanno datati a circa 8.500 anni fa. Sono stati estratti a cadaveri di individui di età adulta, probabilmente dall’elevato prestigio sociale in vita; sono stati poi forati intenzionalmente alla radice, con un micro-trapano meccanico dalla forma conica, e utilizzati per lungo tempo come ornamenti. Un ritrovamento eccezionale nella zona, al momento unico.

Nel sito calcolitico di Arslantepe, sulle rive dell’Eufrate in Anatolia centro-orientale, sono invece attivi gli archeologi italiani diretti dalla professoressa Marcella Frangipane dell’Università di Roma «La Sapienza»: nella campagna di quest’anno, la scoperta più interessante è lo scheletro di un bambino di 6-7 anni, reclinato sul fianco destro in posizione fetale, datato a 5.700 anni fa. Studi più approfonditi individueranno le cause della morte e daranno informazioni importanti sulla dieta del tempo; al momento suscitano particolare interesse le perline parte di braccialetti e di una collanina, che fanno pensare a origini aristocratiche per il bambino.

Sulla collina di Maydos, sulla sponda europea dello stretto dei Dardanelli, il team turco dell’Università di Canakkale si è concentrato sull’esplorazione di due aree: il sistema difensivo della prima Età del Bronzo sulle pendici dell’altura, il quartiere occidentale dove sono emerse delle interessanti ceramiche che risalgono a 3.500 anni fa. Secondo il professore Goksel Sazci che dirige gli scavi, le forme e le decorazioni fanno pensare a una provenienza balcanica: in sostanza, forniscono la prova che Maydos era un punto di passaggio e scambio tra Europa e Asia, dove erano attivi mercanti o si erano insediate genti originarie della penisola balcanica che producevano le ceramiche in loco.

La scoperta di epoca più recente è quella di Metropolis, città sulla costa egea nei pressi di Izmir sviluppatasi soprattutto in età ellenistica e poi romanizzata. Nel 2019, infatti, è stato scavato un balneum che risale al IV-V secolo: una struttura di circa 400 metri quadrati costruita su di un altro edificio distrutto da un terremoto (sotto le lastre di marmo sono affiorati mosaici a decorazioni geometriche). Era associato a una dimora signorile non ancora individuata, era probabilmente utilizzato in via esclusiva da una sola famiglia: presenta tutti gli elementi tradizionali di un impianto termale anche se in scala ridotta, con una serie di piscine, o vasche, per al massimo 3-4 persone, alcune ancora ricoperte di preziosi marmi colorati.

A Myra sulla costa mediterranea, invece, gli scavi devono ancora iniziare. O meglio: mentre nel corso degli anni gli archeologi hanno individuato un grande teatro per 11mila spettatori e l’acropoli, tombe rupestri di età classica, il complesso bizantino della Chiesa di San Nicola, il porto di Andriake con grandi granai di età adrianea, nuovi studi geofisici hanno confermato la presenza di un’intera città sepolta. Ha un diametro di un chilometro e mezzo, giace sotto 10 metri di depositi alluvionali, secondo il professor Nevzat Cevik a capo della missione che la chiama «Pompei anatolica», è in ottimo stato di conservazione. Per iniziare i lavori su larga scala bisognerà però aspettare gli espropri, che interesseranno aree prevalentemente agricole.

Giuseppe Mancini, da Il Giornale dell'Arte numero 404, gennaio 2020


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