La pittura è un tradimento necessario

Una retrospettiva di Fausto Melotti alla Galleria Christian Stein

Ada Masoero |  | Milano

Fausto Melotti pittore: è un volto poco noto dello scultore (1901-86) quello presentato dalla Galleria Christian Stein nella mostra «Zoagli», organizzata in collaborazione con la Fondazione intitolata all’artista e con la galleria Hauser & Wirth. La rassegna riunisce, fino al 25 giugno, una serie di dipinti realizzati nei primi anni ’50 quando, d’estate, Melotti raggiungeva la famiglia nella casa affacciata sul Golfo del Tigullio.

Due sole sculture, dunque: una piccola, delicata figura femminile di terracotta (1945) e l’imponente (non solo per le dimensioni, al vero) «Cariatide» di ceramica smaltata del 1950 («una delle due realizzate per il transatlantico “Conte Grande”, demolito negli anni Sessanta», precisa Edoardo Gnemmi, direttore della Fondazione Melotti) posta al centro della sala.

Tutt’intorno, una sfilata dei poetici paesaggi e vedute liguri, molti inediti, dipinti con una tavolozza lieve e luminosa che restituisce la speciale qualità della luce del Mediterraneo. Nessun eccesso cromatico per lui ma, ovunque, quella dimensione di equilibrio che era propria della sua indole. Con questi dipinti, Melotti confermava di aver abbandonato definitivamente le regioni dell’astrazione, praticate (da maestro) negli anni giovanili e «disciplinate», per usare le sue parole, dalle leggi della musica, altra sua grande passione.

Dopo la guerra, infatti, prese a creare le sculture figurative di ceramica che finalmente, con gli incarichi di Gio Ponti per le sue architetture, gli regalarono la tranquillità economica, ma negli stessi anni realizzava anche bassorilievi di gesso graffito, formelle di creta tinta, i sognanti «Teatrini». E le nuove gracili, stralunate strutture di metallo e materiali poveri (vere antisculture), che a Italo Calvino suggerirono l’immagine di «insetti acquatici».

E poi dipingeva: «Era una personalità poliedrica, commenta Edoardo Gnemmi. Ripeteva che un artista deve avere un suo credo ma che deve anche saperlo tradire. Così poteva, la mattina, creare un “Teatrino”, il pomeriggio un disegno o una scultura ceramica, e poi dipingere. Sebbene la pittura fosse per lui un esercizio più intimo, quasi un diario spensierato, dove si concedeva di non essere tanto sperimentale quanto nelle altre pratiche».

Esposti nel 1956 nella galleria milanese dell’Annunciata di Bruno Grossetti, con un testo di Alfonso Gatto che parla di «una pittura ancora ispirata a dar voce ai sentimenti dell’animo», e poi nuovamente nel 1985 alla Galleria Martano di Torino, i dipinti tornano dunque alla luce dopo un lungo silenzio.

Intanto la Fondazione Melotti sta procedendo verso un accordo con l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno per una collocazione definitiva dei «Sette Savi» di pietra (1961), un tempo posti nel cortile del Liceo Carducci di Milano, dove furono danneggiati dagli studenti, e ora mestamente ricoverati in un deposito cittadino. Una notizia attesa da lungo tempo, che ci auguriamo possa presto realizzarsi.

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