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Restauro

La Pietà Bandini ripulita per metà

Liberato di polvere e cere, il capolavoro di Michelangelo sta rivelando tracce di cromie

Restauratrici al lavoro sulla Pietà Bandini, su cui si individuano tasselli già ripuliti

Il restauro iniziato a novembre del 2019 della Pietà di Michelangelo, detta anche Pietà Bandini o dell’Opera del Duomo, scolpita in un blocco di marmo bianco di Carrara tra il 1547 e il 1555 ca, dall’artista quasi ottantenne, interrotto a causa del Covid-19 riprende ora, a cantiere aperto e con visite guidate riservate a cinque persone alla volta. L’intervento è stato affidato alla trentennale esperienza, specie sulle opere del Buonarroti, di Paola Rosa, coadiuvata da un’équipe di professionisti interni ed esterni all’Opera, tra cui Annamaria Giusti, già direttrice del settore lapidei dell’Opificio delle Pietre Dure.

La prima fase di pulitura, già conclusa sul retro dove era la maggior presenza di depositi, e appena avviata sul fronte, ha rivelato quanto occultato da uno spesso strato di depositi di polvere misto a cere, accumulatesi e modificatesi in oltre 470 anni. Sono così apparse alcune cromie frutto di precedenti trattamenti del marmo, ma anche segni di lavorazione realizzati con strumenti diversi, impronte dei tasselli del calco ottocentesco e tracce di interventi precedenti.

Come svelato dalle indagini diagnostiche non sono presenti patine storiche, ad eccezione di alcune tracce riscontrate sulla base della scultura ancora in fase di accertamento, e le elevate quantità di gesso sono residui del calco ottocentesco e non conseguenza dell’alterazione del marmo per solfatazione.

L’intervento è compiuto con metodo non invasivo, graduale e controllato, con tamponi di cotone imbevuti di acqua deionizzata, leggermente riscaldata. La pulitura ad acqua con l’utilizzo di bisturi è invece riservata alle cere presenti sulla superficie sia in modo diffuso, sia puntiforme (dovuto alle gocce colate dai ceri posti sull’altar maggiore della Cattedrale di Firenze, dove l’opera è rimasta per 220 anni).

Commissionato dall’Opera di Santa Maria del Fiore e finanziato dalla Fondazione non profit Friends of Florence, sotto la tutela della Soprintendenza Abap per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato, il restauro odierno è da ritenersi il primo vero intervento dopo quello eseguito da Tiberio Calcagni prima del 1565.

Non sono documentati i successivi interventi di manutenzione, ma le fonti riportano notizie del calco del 1882, la cui copia di gesso è oggi alla Gipsoteca del Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze. Vi sono poi notizie del trasferimento della Pietà alla Galleria dell’Accademia, dal 1946 al 1949, in vista di una possibile diversa collocazione.

Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

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