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Libri

La Performance è politica e poetica

La storia di una forma d’arte tornata d’attualità ricostruita da Teresa Macrì

«Relation in Time» (1978) di Marina Abramovic e Ulay

Tra le critiche d’arte e curatrici italiane un posto speciale come studiosa dell’arte performativa spetta a Teresa Macrì da quando, nell’ormai lontano 1996, pubblicò per Costa&Nolan un libro ormai introvabile (nonostante la ripubblicazione nel 2006), intitolato Il corpo postorganico. Sul finire del 2020, postmediabooks (che ha pubblicato tutti i suoi ultimi saggi) ha dato alle stampe quello che, apparentemente, potrebbe essere definito una sorta di «manuale» e che, invece, si configura come qualcosa di diverso.

Per capire a fondo lo spirito e gli intenti di quest’ultimo libro della Macrì occorre, innanzitutto, partire dal titolo: Slittamenti della performance Volume 1. Anni 1960-2000. Il dizionario Sabatini Coletti, a proposito del termine «slittamento», offre questa definizione: «s.m. 1 Scivolamento su una superficie per mancanza di aderenza. 2 fig. Allontanamento graduale dalle posizioni e dalle idee sostenute in precedenza». E già basterebbero queste poche parole per dare un’idea piuttosto chiara dell’idea che la Macrì ha della performance e soprattutto della sua storia.

Anche il racchiudere la storia della performance in due volumi, soffermandosi, nel primo, sui «suoi primi quarant’anni» e nel secondo (in via di pubblicazione) sugli ultimi venti, è una scelta che denota un interesse per le ultime tendenze, le mutazioni e le nuove identità che la performance ha subito nel XXI secolo. Un’impostazione che vuole dunque partire da uno sguardo sul presente e, soprattutto, da uno sguardo dal presente.

È proprio grazie a questo approccio che matura l’idea di «slittamento» come spiega la stessa autrice: «Lo considero un saggio che tratta della pratica performatica nei suoi spostamenti sociali, psichici e temporalità. Sentivo la necessità di riconsiderare la performance come un’attività nata soprattutto in seno ai fenomeni socio-politici radicali come il maggio ‘68, alle battaglie sui diritti delle donne, alle questioni razziali, all’affermazione dell’identità LGBT e di essergliene grata ma non devota. È dunque un excursus critico dei fenomeni performatici e quindi anche un riavvaloramento del concetto di performance e di performer, in un’epoca in cui questi termini vengono usati in maniera semplicistica».

Il libro (297 pp., ill., € 24) esce in una fase di diffuso e rinnovato interesse per questa pratica, che ha trovato spazio anche in alcune importanti fiere d’arte contemporanea. È suddiviso in otto capitoli: «Genealogia della Performance Art»; «Il perturbante»; «Il Liminale»; «Il femminismo radicale»; «Black Subjectivity»; «Fenomenologia del postumano»; «Physical Attraction»; «Il corpo postorganico».

La Macrì non è interessata alla gara tra anticipatori o tra pionieri, liquidando in poche righe i prodromi ovvi (e per certi versi scontati) delle avanguardie storiche, e iniziando la sua trattazione con un approfondimento sul collettivo giapponese Hi Red Center, per proseguire poi con Yoko Ono, Allan Kaprow e Trisha Brown, lasciando però uno spazio maggiore alla forse meno nota Yvonne Rainer.

«È una mia visione della performance, continua l’autrice, come lo era quella sul concetto di Fallimento o sul Pensiero discordante (le sue due ultime pubblicazioni, Ndr). Per scriverlo mi sono basata sui fatti storici, quindi caso mai è il mio personale gusto o empatia con certe metodologie e tematiche a farmi preferire alcuni artisti invece di altri. Probabilmente la mia formazione e il vissuto mi fanno ridimensionare i performer più conosciuti, non così rivoluzionari come si pensa comunemente visto il decennio che li ha preceduti e inseminati».

Nel complesso è uno sguardo sicuramente focalizzato sul contesto statunitense ma aperto al mondo, non dimenticando le esperienze italiane, tra le quali spicca la giusta rivalutazione delle pratiche performative nel lavoro di Jannis Kounellis. C’è un capitolo dedicato alle esperienze degli artisti afroamericani, scritto, per pura coincidenza, con le manifestazioni del movimento Black Lives Matter, ma che risente del fatto che, come ci spiega la Macrì «David Hammons (uno dei protagonisti di questo capitolo, Ndr) è stato un artista che ho frequentato per mesi a Roma e che ho invitato in una mostra collettiva, mentre ho conosciuto Adrian Piper grazie a Emi Fontana (ex gallerista e ora curatrice, Ndr). Come attivista, il mio trasporto per l’orizzontalità delle razze mi pare conclamato». Il tutto, parafrasando il titolo di un libro della Macrì del 2014, nella coesistenza tra «politica e poetica».

Silvano Manganaro, da Il Giornale dell'Arte numero 413, dicembre 2020

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  • «Prepared tree suspension event for obsolete body number six, Black Mountain» di Stelarc a Canberra nel 1982. Cortesia Stelarc e Sherman Galleries, Sydney
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