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Opinioni

La nuova disciplina dell'attività di restauratore

L'intervento sui beni tutelati ora è ammesso unicamente per chi ne ha la qualifica ufficiale

Una restauratrice al lavoro su una tela

Mentre scrivo nel mondo della conservazione e del restauro stanno succedendo cose molto importanti e cariche di conseguenze. Sono maturate le condizioni per attuare il disposto dell’art. 29, comma 6 del Codice Urbani (la legge di Tutela dei Beni culturali del 2004 aggiornata dal D. Lgs. 156 del 2006), laddove si dispone che «dalla data di entrata in vigore dei decreti previsti dai commi 7, 8 e 9 (del suddetto art. 29), agli effetti dell’esecuzione degli interventi di manutenzione e restauro su beni culturali mobili e superfici decorate di beni architettonici, nonché agli effetti del possesso dei requisiti di qualificazione da parte dei soggetti esecutori di detti lavori, la qualifica di restauratore di beni culturali è acquisita esclusivamente in applicazione delle predette disposizioni».

Le disposizioni in questione sostanzialmente hanno previsto due itinerari diversi: aver maturato un curriculum significativo, da dimostrare con le dovute pezze d’appoggio (rispondendo al bando pubblico del 22 giugno 2015), oppure, da quando esistono i soggetti che insegnano restauro secondo il Dl 87 del 26 maggio 2009 (Università, Accademie, Scuole di Alta Formazione del Mibac, soggetti privati vari), il possesso di un titolo di studio specifico: una laurea, o diploma equivalente, a seguito di un ciclo unico magistrale della durata di cinque anni.

Il possesso della qualifica di restauratore è assolutamente determinante, perché, a mente del comma 6 citato sopra, «gli interventi di manutenzione e restauro su beni culturali mobili e superfici decorate di beni architettonici sono eseguiti in via esclusiva da coloro che sono restauratori di beni culturali ai sensi della normativa in materia». Quanto alla valutazione del curriculum: dalla fine di ottobre possono verificarne l’esito, accedendo al sito del Mibac, soltanto i diretti interessati: «i singoli candidati potranno verificare esclusivamente la propria posizione a partire dal 22 ottobre 2018», perché «L’elenco definitivo dei restauratori qualificati all’esercizio della professione, con i rispettivi settori disciplinari di competenza, di cui agli articoli 29 e 182 del decreto legislativo del 22 gennaio 2004, n. 42, sarà pubblicato a seguito della conclusione della procedura di cui al punto 2) dell’elenco sopra indicato» (riguarda chi non ha visto accolta la candidatura e ha potuto avanzare controdeduzioni entro un limite prefissato). E dunque adesso dobbiamo esserci vicini.

Riassumo: l’intervento materiale sui beni tutelati è dunque ormai ammesso unicamente per chi ha ufficialmente la qualifica di restauratore. È da augurarsi che molti restauratori ben conosciuti o addirittura famosi non solo nello stretto ambito professionale, ricchi dell’esperienza sviluppata in anni di lavoro, comunque l’abbiano maturata, abbiano tutti preso molto sul serio l’argomento e abbiano seguito la procedura di accreditamento, perché altrimenti d’ora in poi niente più interventi sulle opere dei musei o delle chiese. Penso, che so, a Pinin Brambilla, a Ottorino Nonfarmale. Se n’erano resi conto? Spero di sì. E aggiungo: quando questa Opinione sarà uscita, avranno già ricevuto la loro destinazione i restauratori vincitori del concorso a ottanta posti, allargato a pari numero di idonei, previsti all’interno del concorsone a cinquecento posti nel Mibac. Convocati al Ministero il 12 dicembre, avranno potuto prender visione delle sedi disponibili e indicare la loro preferenza seguendo l’ordine dell’elenco.

È una robusta iniezione di forze nuove, ancorché molti ormai non siano più giovanissimi, in un settore di attività fondamentale per il Paese. Soprattutto gli Istituti a carattere nazionale: Iscr, Opd, Icrcpal, se ne gioveranno per diversi anni a venire. Per i restauratori che saranno assegnati a sedi (Soprintendenze, Musei autonomi) prive di un laboratorio, e tantissime ce ne sono, è indispensabile che pretendano con forza di essere messi in condizione di svolgere il proprio lavoro; che prevede non soltanto la redazione di «condition reports», ma la materiale esecuzione di interventi di restauro, senza la quale va perduto il nucleo identitario della professione.

Giorgio Bonsanti, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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