La nuova Courtauld più logica ma troppo costosa

David Ekserdjian visita la galleria londinese riaperta dopo tre anni di restauro e segnala alcuni dei suoi capolavori preferiti

The Courtauld Gallery. Foto Benedict Johnson La Great Room della Cortauld Gallery ristrutturata La Galleria del Medioevo e del Primo Rinascimento alla Courtauld Gallery © Hufton+Crow
David Ekserdjian |

Come in tutte le capitali più importanti del mondo, a Londra non è facile per un appassionato d’arte che viene dall’estero capire quale museo o galleria non deve mancare, oltre i più ovvi National Gallery, British Museum, V&A, Tate Britain e Tate Modern. Ma il resto? Senz’altro, la Courtauld Gallery merita almeno un paio d’ore del vostro tempo.

Fortunatamente è molto centrale, una passeggiata al massimo di un quarto d’ora dalla National Gallery fino a Somerset House, la sua magnifica sede dal 1989. La Galleria fa parte dell’impero del Courtauld Institute of Art (che condivide con l’University of London) il cui sogno da sempre era di riunire Istituto e Galleria sotto un unico tetto per dare agli studenti la possibilità di vedere ogni giorno le opere originali della collezione.

All’inizio, nel 1932, il Courtauld Institute e anche la Courtauld Gallery occupavano Home House, una splendida casa costruita da Robert Adam nel Settecento a Portman Square. Dal 1958 problemi di spazio hanno obbligato la Courtauld Gallery a separarsi dall’Institute e a trasferirsi. Quando l’ho visitata per la prima volta negli anni Settanta si nascondeva al piano superiore di un edificio a Bloomsbury, strettamente funzionale e piuttosto triste, distante due chilometri e mezzo. L’unico sollievo era la presenza di alcuni antichi maestri di primissima importanza casualmente esposti nella biblioteca e nella sala conferenze dell’Istituto.

Alla fondazione, Istituto e Galleria usufruivano soprattutto dei mezzi e dei dipinti di Samuel Courtauld (1876-1947), ricchissimo industriale manifatturiere di tessili che possedeva dipinti come la «Loge» di Renoir, i «Giocatori di carte» di Cézanne, la «Poudreuse» di Seurat. Ancora oggi è imbarazzante notare la distanza qualitativa che separa i capolavori della Courtauld Gallery dalle opere concorrenti nella National o alla Tate, istituzioni nazionali che hanno compreso in ritardo l’importanza degli Impressionisti e dei Post Impressionisti.

Negli anni, altre collezioni hanno ampliato il contenuto della Courtauld Gallery (in particolare quelle di Lord Lee of Fareham e Mark Gambier-Parry per gli Antichi Maestri e quella di Sir Robert Witt per i suoi disegni e stampe), ma non l’hanno alterata. Nel 1981 invece, il livello qualitativo del lascito del conte Antoine Seilern ha cambiato tutto nel settore degli Antichi Maestri (dipinti e disegni), ma anche negli altri, incluso il contemporaneo. Confesso di non amare il trittico sul «Mito di Prometeo» che il suo amico Oscar Kokoschka aveva dipinto nel 1950 per la casa di Seilern a Princes Gate, per fortuna però trovo impressionante «Unmoored from her Reflection» («Sganciata dalla sua riflessione»), la nuova decorazione di Cecily Brown dello scalone principale.

Poco più di tre anni ci separano dal settembre 2018, quando la Galleria è stata chiusa per venire ripristinata in un grande progetto che includeva anche gli spazi dell’Istituto. Una decina di capolavori venivano imprestati alla National Gallery, per tutto il resto bisognava pazientare. Di solito progetti di questo tipo non finiscono nei tempi previsti, ma in questo caso ci sono riusciti e da novembre la nuova Courtauld Gallery è aperta. Il lifting è costato non meno di 68 milioni di euro, una cifra che supera il record all’asta di un Degas (ma non di un Manet).

In generale, le reazioni sono state positive: la Galleria ora è più logica. Inizia al primo piano con opere del Medioevo, si passa a Rinascimento e Barocco al secondo, prima di salire finalmente verso l’Ottocento francese al terzo piano. Per alcuni resta un mistero come si sia riusciti a spendere così tanto per cambiare così poco. Va detto che l’importo comprende anche il restauro dell’intero Institute e il complesso collegamento con la Gallery. Ma in fin dei conti non è la Galleria che conta, bensì le opere che contiene e invece di farvi addormentare con un lungo elenco di straordinari capolavori, preferisco segnalarvi solo alcuni dei miei preferiti.

Per cominciare dal Quattrocento, il trittico ex Seilern del Maestro di Flémalle, di solito identificato come Robert Campin: il «Seppellimento di Cristo» su fondo oro è un vero gioiello che rivela il livello altissimo di qualità della pittura fiamminga prima di Jan van Eyck. Circa un secolo dopo, Parmigianino eseguiva la sua «Madonna col Bambino», anch’essa già Seilern, forse da identificare con il quadro di una «Madonna» che l’artista «abbozzò» e che Giorgio Vasari comprò a Bologna e del quale parla nelle Vite. La definizione «opera incompiuta» suona negativa, ma la libertà del tocco, come fosse un disegno preparatorio a olio, il suo stato di «non finito» generano invece una gioia infinita.

Seilern adorava Rubens, forse soprattutto i bozzetti. Possedeva una trentina di quadri, molti preparatori, ma di essi il più perfetto è «Paesaggio al chiaro di luna», dipinto, presumo, non per fare soldi ma per diletto personale. Con ogni probabilità Rubens voleva immortalare un brano di paesaggio non lontano da Het Steen, la casa di campagna comprata nel 1635 per farla diventare un rifugio per sé ed Hélène Fourment, la sua seconda moglie, molto più giovane, e i loro figli.

Per finire torno al fondatore del Courtauld perché passo all’ultimo grande capolavoro di Manet, il «Bar aux Folies bergère». Firmato e datato 1882, un anno prima della morte, fu presentato quello stesso anno al Salon de Paris. La figura centrale della cameriera, direttamente davanti a noi e il suo riflesso rispecchiato di fianco mentre dialoga con un signore con il cappello a cilindro, sono una squisita combinazione di giochi visivi con una riproduzione fedele di quel mondo, un dipinto che unisce la grande tradizione della pittura figurativa con una natura morta di rose, arance e varie bottiglie di champagne, birra e crème de menthe.

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