La Natività nell’arte | Giuseppe Antonio Pianca

Gli auguri della casa editrice con opere scelte dai suoi autori | Cognizione del dolore, traumi e vicende biografiche nell’amaro Natale del turbinoso pittore valsesiano

Fig. 3: Un particolare dell'«Adorazione dei Magi» di Giuseppe Antonio Pianca, Novara, Banca Popolare Fig. 2: «Adorazione dei pastori» di Giuseppe Antonio Pianca, Novara, Banca Popolare Fig. 4: «Riposo durante la fuga in Egitto» di Giuseppe Antonio Pianca, Collezione privata
Filippo Maria Ferro |

Del pittore valsesiano Giuseppe Antonio Pianca, tra i più intriganti del nostro Settecento, Giovanni Testori ha detto: «Ho sempre pensato che il genio del Pianca fosse di natura temporalesca, cioè a dire turbinosa». Una delle sue Natività (figura 1) ne racconta in modo incisivo il mondo. La stalla è buia, una luce accecante si concentra sul neonato che è deposto sugli stracci dalla madre e solleva la manina verso il padre. Ovunque povere cose, il cassone del fieno e un grosso cesto, il letto di paglia e la mangiatoia sconnessa, dove in penombra occhieggiano l’asino e il bue. Un pastore avanza impacciato e leva il cappello in segno di devozione. È un Natale amaro che lascia trapelare una storia sofferta, la «cognizione del dolore».

Pianca subisce il fascino delle «notti» di Correggio e di Rubens e ha dipinto l’evento divino in altre struggenti immagini, sovente abbina all’adorazione dei pastori quella dei Magi: due coppie en pendant, una presso la Banca Popolare di Novara e l’altra in una collezione a Casalmaggiore, compresa non a caso in una serie sulla Passione. Nel dipinto della Banca Popolare, la composizione è variata, ma egualmente calata nella miseria, il pastore allampanato si inarca e protende come una figura spettrale; quella di Casalmaggiore mostra di conoscere l’incisione di Rubens detta «della ragnatela».

Domina qualcosa che affiora nel silenzio della memoria «implicita», un’emozione che ricorre e spiega la strana «essenza verdastra che domina tutta l’opera». Pianca viene alla luce ad Agnona il 21 gennaio 1703 da Giovanni Giacomo e Giacomina Lirelli e gli viene imposto il nome di un fratello maggiore nato il 22 dicembre 1700 e morto di due mesi; grava dunque su di lui un’ombra di lutto, la sua identità è minacciata dall’essere concepito quale «figlio in sostituzione». Eguale condizione minerà la vita di un altro sommo pittore, Vincent van Gogh, la cui drammatica parabola creativa ed esistenziale è stata ampiamente analizzata alla luce di tale dinamica psicologica (Forrester, Resnik, Recalcati).

Pianca si rivede nei bambini che raffigura, pallido, asfittico, intirizzito, intimamente avverte di non sentirsi amato per come è, ma solo perché è lì al posto dell’altro, paragonato a un fratello con doti irraggiungibili in quanto idealizzato; lo rode come un tarlo una sottile angoscia, come se fosse responsabile della sua morte. Di qui la scelta di vivere da «sradicato» la propria indegnità di figlio vicario. A 17 anni abbandona la scena della casa di Agnona, fugge dopo aver messa incinta Maddalena Sceti e ripara a Milano: sembra corretto attribuirgli la frase che pronuncerà Vincent «L’assassin a quitté la maison».

Come in un film, si svolge una vita «à bout de souffle», un susseguirsi di avventure, insicurezze, azzardi e guai, un autentico profilo clinico da «artiste maudit». Nel 1720 è a Milano, e respira la libertà rabisch nella cerchia di Magnasco. Drammatici si susseguono i ritorni in valle, dove nel 1721 è processato per non aver sposato Maddalena e finisce nell’agosto 1726 imprigionato a Varallo, passa il Natale in carcere e viene rilasciato il 26 dicembre. Nel 1732 la madre gli salda un debito di 1.100 lire imperiali: è il segno di un attaccamento tenace, mentre il padre rimane lontano, come in questa sua «Fuga in Egitto».

Il tema del Natale è sviluppato proprio nel giro d’anni in cui la vita sembra conoscere un’ulteriore tragica stretta. Nel 1748 gli muore la moglie Joanna Nicola Tribò, parigina, poco dopo perde la madre, si guastano i rapporti con il fratello Giovanni, che deve intervenire per riscattare la casa di Agnona e poi non lo nomina nel testamento. Il «perturbante» si insinua nella trama dell’esistenza. In un’altra versione la scena è invece affollata da figure femminili e un pastore occupa il primo piano con l’agnello sacrificale (figura 4).

Di fronte alla Madre una nutrice regge un bambino di circa due anni, che si schermisce dalla luce abbagliante che promana dal piccolo Gesù. Potrebbe trattarsi di san Giovannino in braccio alla balia ma potrebbe essere il «fantasma» del fratello oppure l’immagine del figlio negato e abbandonato. In questa immagine si cela un enigma come quello del mistero Arnolfini di Van Eyck, la chiave di lettura sono forse le fantasie sui revenants e non stupirebbe scoprire che nello studio del pittore, tra disegni e incisioni, ci fossero i libri di Augustin Calmet (1672-1757), il benedettino francese ben noto anche a Voltaire.

Il «trauma», che come un leitmotiv segna la storia del nostro «lombardo in rivolta» sino alla brusca interruzione di notizie nel 1762, è da credersi che ne abbia minato e in un certo senso esaltato l’identità d’artista. Ancora Giovanni Testori: «Talvolta, ricevuta la commessa, mostra di non aver voglia d’affrontare la composizione e la copia da quadri visti o di cui conserva l’incisione», intuizione critica esemplare, confermata da ulteriori ricerche sul frequente ricorso alle «carte stampate».

E tuttavia, come nota Marco Rosci, quando esercita «il mestiere di pittore» la sua invenzione «materica» consiste nel far fermentare un modello, nell’animarlo dell’angoscia e febbre che pulsano nell’animo, e allora la pennellata, bioccosa e fangosa, spezzata e frammentata, rivela una consapevolezza drammatica, che lo conferma testimone d’eccezione nel presagire il destino di un’epoca.

LA NATIVITÀ NELL'ARTE

© Riproduzione riservata Fig. 1: «Natività» di Giuseppe Antonio Pianca, collezione piemontese
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