La Natività nell’arte | Caravaggio

Gli auguri della casa editrice con opere scelte dai suoi autori | Nella Sacra famiglia in fuga del «Riposo durante la Fuga in Egitto» della Galleria Doria Pamphilj, le umane e sempre attuali paure e difficoltà di tre «rifugiati» d’eccezione

«Riposo durante la Fuga in Egitto» (1597) di Caravaggio, Galleria Doria Pamphilj, Roma Un particolare del «Riposo durante la Fuga in Egitto» (1597) di Caravaggio, Galleria Doria Pamphilj, Roma
Guido Curto |

Non ho scelto una Natività, bensì un evento cristologico immediatamente successivo, quando un Angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe e lo consiglia di fuggire da Betlemme, perché la vita di Gesù Bambino è in pericolo. Re Erode ha appreso dai Re Magi che è nato nel suo regno un bimbo destinato a diventare Re, e vuole farlo uccidere, temendo d’essere spodestato. Giuseppe, padre premuroso e coraggioso, prende un asinello, l’utilitaria di quei tempi, fa salire in sella la sua sposa Maria col neonato e inizia un lungo viaggio verso l’Egitto, Paese di benessere e di buon governo dove la Sacra Famiglia può trovare rifugio (non c’era la schiavitù in Egitto, è un mito calunnioso inventato dai Greci, loro sì schiavisti). I tre Rifugiati, dopo tante ore di cammino, sono stanchissimi e si fermano a riposare.

Quest’attimo fuggente cattura, come avesse una macchina foto, il pittore Michelangelo Merisi da Caravaggio nel dipinto realizzato nel 1597 e ora conservato nella Galleria Doria Pamphilj di Roma. Uno splendido quadro, di non grandi dimensioni (135X166 cm), perché era destinato a una dimora privata. Ma non vi tedio con le tante «storie» in merito a chi sia stato il committente e chi abbia posseduto l’opera, e neppure con letture simboliche, «iconologiche» e semiotiche, che tanto infervorano gli storici dell’arte. Mi limito a descrivere la scena.

Al centro del quadro c’è un angelo, che ha le fattezze di un bel ragazzo seminudo, visto di terga, con sulle spalle due ali grigie da uccello, coperto solo da uno svolazzante panneggio candido avvolto in vita; succinto quindi, ma nulla di erotico, sia chiaro, non è davvero il caso d’insistere con discorsi pettegoli sulla presunta omosessualità del Merisi. Quel giovane angelo non è un dio apollineo, grecizzante, semmai è un Fedez realistico (senza tatuaggi per fortuna!) con un gran ciuffo biondo, che sta incongruamente suonando il violino e san Giuseppe gli regge lo spartito.

A questo punto bisogna tendere l’orecchio e tentare di percepire quella musica suadente che si diffonde on air, come se Giuseppe avesse acceso un’autoradio o un lettore MP3 per rilassare la Madonna, che grazie a quella melodia (brano individuato in un Mottetto basato sul testo del Cantico dei Cantici composto nel 1519 dal musicista fiammingo Noel Bauldewijn) s’è subito addormentata a capo chino appoggiandosi alla testolina del suo bimbo, anche lui sprofondato in un placido sonno tra le braccia della mamma. Un neonato verissimo, bellissimo, il più bel Bambin Gesù di tutta la storia della pittura, connotato da un realismo straordinario, che nulla ha a che vedere con certi Gesù bambini, pretini, obesi, oblunghi, manieristi o barocchi altezzosamente benedicenti.

Anche la Madonna è raffigurata fuori da ogni stereotipo iconografico. Non ha il velo in capo, ma capelli lunghissimi, color rosso tiziano, in parte sciolti e in parte raccolti a chignon. Indossa un bell’abito di color aranciato e, per scaldarsi, ha un mantello blu raccolto in grembo, dove riposa il bimbetto con i piedini nudi. San Giuseppe è un grande vecchio, un saggio, quasi un Santone-Guru, scandalosamente molto più anziano della Vergine di almeno una trentina d’anni. Ha lunghi capelli grigi e una barba folta e ispida.

Con uno sguardo intenso e quasi interrogatorio scruta l’angelo in viso, come per cogliere in quelle note un messaggio divino al quale è pronto a obbedire per portare a termine il suo arduo compito: proteggere e salvare la Madonna e quel Dio bambino. Impegno gravoso, del quale si fa carico con tutta la forza di un fisico robusto, benché anziano, come si evince per metonimia iperrealistica dai piedi nudi, robusti, da contadino, e con mente lucida, esemplata in quella fronte ampia, solcata da rughe profonde di saggezza.

Caravaggio non si smentisce mai, ha attualizzato al suo tempo un evento avvenuto 1.500 anni prima di lui, mettendo sullo sfondo, alla spalle della Sacra Famiglia, un paesaggio italiano, individuato di recente in uno scorcio della lussureggiante Valle del Tevere. Così quella fuga verso una terra di benessere e serenità è ambientata nell’oggi di Michelangelo Merisi da Caravaggio, e il geniale artista sembra volerci dire che quella storia s’invera ogni giorno nelle tante storie di Sacre famiglie in fuga, con bambini innocenti, da territori insanguinati da guerra e violenze. Scene che vediamo sempre più spesso in fotografia e in televisione nei campi delimitati da filo spinato, tra Polonia e Bielorussia, ad esempio. Perché la strage degli innocenti è sempre in agguato. E noi stiamo a guardare, seduti comodamente in poltrona. Alziamoci!

L'autore è Direttore del Consorzio Residenze Reali Sabaude

LA NATIVITÀ NELL'ARTE

© Riproduzione riservata Un particolare del «Riposo durante la Fuga in Egitto» (1597) di Caravaggio, Galleria Doria Pamphilj, Roma
Altri articoli di Guido Curto