La mostra | Rothko a Parigi | Sedotto da grandeur e pastiche

I PREMIATI 2023 DEL GIORNALE DELL’ARTE | Quella alla Fondation Vuitton, con 115 opere, è una delle sue più ampie retrospettive in Europa. Ma a impressionare, nella mostra curata da Suzanne Pagé con Christopher Rothko, è l’allestimento: i dipinti risuonano nelle sale come in una cassa armonica

Mark Rothko fotografato nel suo studio nel 1961 (particolare)
Riccardo Venturi |  | Parigi

Parigi è la prima città europea in cui Mark Rothko espone le sue opere. Negli anni Trenta fa parte di The Ten, un gruppo di giovani espressionisti, tra cui ritroviamo l’amico Adolph Gottlieb, contrari a un’arte «americana solo in senso provinciale e contemporanea solo in senso strettamente cronologico» (The Ten: i dissidenti del Whitney, 1938). Organizzata alla galleria Bonaparte, unica mostra di The Ten in Europa, passa pressoché inosservata. L’allora Markus Rothkowicz (nato in Lettonia nel 1903, emigrato a dieci anni negli Stati Uniti, Ndr) non attraverserà per l’occasione l’Atlantico.

«Il tempo parigino in questo periodo è pessimo», le chiese «sono umide e fredde da morire»: così scrive a Barnett Newman il 16 aprile 1950. È il suo primo viaggio europeo, le aspettative sono altissime, inevitabile la delusione: «Non avrei mai immaginato che la civiltà avesse qui un’aria tanto estranea e inavvicinabile come appare in realtà ai miei occhi». Ma la sua posizione è sfaccettata perché l’artista, che nel 1950 ha appena trovato quell’impaginatura cromatica e compositiva che renderà unica la sua pittura, resta soggiogato dalla bellezza della Ville Lumière. La coglie utilizzando due parole francesi: «grandeur» e «pastiche». Il primo è riferito ai monumenti, immensi, tanto numerosi quanto brutti; il secondo ai vicoli medievali del centro, segnati da «intonaci sgretolati e imposte penzolanti». Di ritorno a Parigi il 26 luglio 1950 la troverà, scrive sempre a Newman, «magnifica ed eccitante».

Se rivengo sul rapporto di Rothko con Parigi è per ricordare che una retrospettiva come quella organizzata ora alla Fondation Louis Vuitton non è affatto banale. Ancor meno se si pensa che in Francia, rispetto ad altri Paesi europei come la Svizzera o, al confine, l’Inghilterra, di Rothko ce ne sono pochissimi nelle collezioni pubbliche (ovvero i due dipinti del Centre Pompidou). Facciamo un salto indietro, anzi due. Nel 1962 Rothko tiene la sua prima retrospettiva sul suolo francese. Con mano ferma, seleziona meno di 50 opere dal 1945 al 1960, occultando oltre un decennio di produzione figurativa con cui si aprono in genere le retrospettive postume (e la Fondation Vuitton non fa eccezione).

La mostra itinerante tocca Londra, Amsterdam, Bruxelles, Basilea e la Galleria d’arte moderna e contemporanea di Roma, dove fulmina una generazione intera di pittori italiani. Diverso tuttavia il contesto: mentre Roma si apre al mondo, la Francia (cioè Parigi) assiste, impotente e imbronciata, al declino dell’École de Paris e al sorgere di New York. La mostra rothkiana è possibile solo grazie al contributo dell’International Council of the Museum of Modern Art, che ne assicura sotto ogni aspetto il trasporto e l’organizzazione, coprendone persino le spese. Le opere sono installate nel sottosuolo del museo, un gesto che, involontariamente, riprendeva le prime scene urbane di Rothko ambientate nella metro newyorkese. Il pittore che sosteneva d’interessarsi alla luce e non al colore era colpito dall’illuminazione artificiale del sottosuolo piuttosto che dal sublime paesaggio americano.

Nella seconda retrospettiva parigina del 1998 le opere salgono a 70. La mostra al Musée d’Art moderne riadatta quella organizzata da Washington e New York, e così il catalogo. È un momento cruciale per la conoscenza dell’artista, grazie alla pubblicazione del catalogo ragionato dei dipinti. Nel 2023 Rothko torna a Parigi con 115 opere, una delle sue più ampie retrospettive europee, con due «coup de théâtre» quali la ricostituzione della sala della Phillips Collection a Washington e della Tate Modern di Londra.

1998-2023: è forte la tentazione di rileggere a specchio le ultime due retrospettive parigine, entrambe curate da Suzanne Pagé, affiancata ora da Christopher Rothko, figlio dell’artista e ormai esegeta del lavoro del padre. La prima si teneva in un’istituzione comunale (gemellata con Roma), la seconda in una fondazione privata forte di una capacità di negoziare prestiti altrove impensabili. Nella prima molti dipinti, grandi quanto fragili, esposti negli Stati Uniti, non avevano viaggiato, nella seconda evolviamo in un tempio rothkiano che, dal sottosuolo all’ultimo piano, genera un crescendo smorzato solo dall’ultima sala con le opere di Alberto Giacometti. A impressionare è tuttavia l’allestimento: fedele al suo approccio viscerale con la materia della pittura, Pagé mi ha spesso parlato della vibrazione della pittura di Rothko, che ho colto solo girando per le sale della mostra, dove i dipinti risuonano come in una cassa armonica.

Le due mostre coprono infine un arco che coincide, in finale, con la mia biografia intellettuale. Ho infatti avuto la fortuna di visitarle entrambe, la prima in una piovosa giornata di metà aprile 1999, non lontana da quella descritta da Rothko nella stessa stagione, la seconda in un ottobre temperato; la prima da studente, ignaro e curiosissimo, per cui Parigi era la città dell’amore, la seconda da italiano blasé che qui vive e lavora da oltre 20 anni e che, come Rothko, confonde ormai grandeur e pastiche.

© Riproduzione riservata Una sala della mostra di Mark Rothko alla Fondation Vuitton di Parigi. © 1998 Kate Rothko Prizel & Christopher Rothko - Adagp, Parigi 2023