La mostra immaginaria ora è reale

Parte dal Kunstmuseum di Berna una grande retrospettiva di Meret Oppenheim che migrerà al MoMA di New York e alla Menil Collection di Houston

Meret Oppenheim nel suo studio, 1982. Foto Margrit Baumann © Margrit Baumann
Elena Franzoia |  | Berna

Prima tappa (e unica europea) di una mostra che migrerà poi negli Stati Uniti, «Meret Oppenheim. My Exhibition» è l’omaggio che dal 22 ottobre al 13 febbraio il Kunstmuseum dedica, in collaborazione con il MoMA di New York e la Menil Collection di Houston, alla più celebre artista svizzera contemporanea.

«Il titolo si ispira a uno degli ultimi progetti della Oppenheim, spiega la direttrice del Kunstmuseum Nina Zimmer, che aveva immaginato una retrospettiva del suo lavoro, composta da più di 200 opere, presentata in anteprima nella sua casa di Berna nel 1984, precisando però che si trattava solo di una tra le tante retrospettive possibili».

Curata come il catalogo, oltre che dalla Zimmer, da Anne Umland per il MoMA e Natalie Dupêcher per la Menil Collection, la mostra bernese ripercorre l’eccezionale carriera creativa di un’artista che ha saputo attraversare ben 5 decenni, intessendo fertili connessioni tra le grandi capitali artistiche e movimenti come Surrealismo, Pop art, Nouveau Réalisme e Arte povera, giungendo fino al design postmoderno. Duecento sono in effetti le opere esposte, di cui molte provenienti proprio dal Kunstmuseum che, grazie ai lasciti dell’artista, ne conserva il maggior numero di opere. Le tre macrosezioni espositive si riflettono nella struttura del catalogo.

Natalie Dupêcher cura «Finalmente libera! Il lavoro di Meret Oppenheim 1932-1954» analizzando gli inizi parigini dell’artista e il poco studiato periodo del Dopoguerra, intrisi di un Surrealismo ben esplicato dal dipinto «Roter Kopf, blauer Körper» e da opere in cui l’oggetto-feticcio viene visto da un’ottica squisitamente femminile, come accade in «Ma gouvernante» o in «Pelzhandschuhe».

È invece Nina Zimmer a curare la seconda sezione, «Meret Oppenheim artista contemporanea. Cinque focus (1966-1982)» in cui spiccano alcune tra le opere più eversive come «Eine entfernte Verwandte». Anna Umland cura infine con Lee Colón l’ultima parte «L’arte della retrospezione. I disegni di Meret Oppenheim per una “mostra immaginaria”», 1983 da cui prende spunto l’attuale retrospettiva.

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