LA MOSTRA DEL 2022 | Donatello a Firenze

I protagonisti dell’anno scelti dalla redazione | Abitualmente nelle mostre la gioia suprema deriva dalla vicinanza di pezzi eccezionali come quelli del Maestro quattrocentesco, normalmente separati. Ma qui c’era un bonus straordinario

Una veduta della mostra «Donatello, il Rinascimento», Firenze, Palazzo Strozzi. Foto Ela Bialkowska. Okno Studio
David Ekserdjian |  | Firenze

Il miracolo principale delle mostre è che ci danno la possibilità di vedere opere disperse attraverso il mondo sotto un unico tetto, ma ovviamente la qualità delle opere riunite è l’altra cosa che conta. A mio avviso, l’argomento della mostra, il suo allestimento, i meriti scientifici del suo catalogo e così via hanno infinitamente meno peso. Benché la storia dell’arte non sia una gara, non ci possono essere seri dubbi sul fatto che Donatello è il più grande artista del Quattrocento italiano (non per nulla è l’unico di quel secolo ad aver dato il nome a una Tartaruga Ninja).

Anche con un genio assoluto come Donatello, però, resta sempre il problema di convincere gli eventuali prestatori (le chiese, i musei nazionali e internazionali, in questo caso pochissime collezioni private) a concedere i loro tesori. È vero che le sculture, soprattutto quelle in marmo e bronzo, sono meno delicate dei dipinti rinascimentali su tavola, ma un’opera di Donatello sarà sempre uno dei massimi capolavori della sua residenza abituale, e lascerà quindi un enorme buco.

Comunque, in particolare a Palazzo Strozzi (la mostra aveva anche una seconda sede al Bargello) si aveva l’impressione che il curatore della mostra, Francesco Caglioti, già notissimo come uno degli studiosi attuali più illustri dell’arte del Rinascimento, fosse anche un secondo Houdini, e che avesse ipnotizzato i suoi vari colleghi per convincerli a prestare. Non è cosa da tutti i giorni poter contemplare i Crocifissi in legno di Donatello e Brunelleschi uno accanto all’altro e non, come di solito, in Santa Croce e San Lorenzo. Soprattutto vedendo elementi dal fonte battesimale senese rimasti nel Battistero di San Giovanni, la Fede, la Speranza e il Convito di Erode (nuovamente restaurato, fra l’altro) insieme con due Spiritelli dal Bargello e Berlino andati via secoli fa, sembrava che Caglioti avesse in tasca un teletrasporto arrivato dalla fantascienza.

Come già detto, abitualmente nelle mostre la gioia suprema deriva dalla vicinanza di pezzi eccezionali come questi, normalmente separati. Ma qui c’era un bonus straordinario. Varie opere della massima importanza erano incomparabilmente più visibili che nei luoghi dove sono generalmente conservate, in particolare, il «Miracolo della mula», l’«Imago Pietatis» e il Crocifisso in bronzo dall’altare maggiore della Basilica del Santo a Padova, i battenti delle due porte in bronzo della Sagrestia Vecchia a San Lorenzo, e il capitello in bronzo e due dei rilievi in marmo di Spiritelli danzanti dal Pergamo del Sacro Cingolo a Prato.

Per finire, bisogna sottolineare anche il fatto che Donatello non era da solo in questa mostra. I suoi grandi contemporanei e seguaci, scultori e pittori, venivano rappresentati da esempi pertinenti ma anche (importante) tanto belli.

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