La mostra che racconta l’industria, il lavoro e la tecnologia

Al MAST un ricco percorso tra fotografie, album e video realizzati da 200 fotografi italiani e internazionali

«Gli ultimi giorni del Kuomintang (crollo del mercato). Shanghai, Cina, 1948-49» di Henri Cartier-Bresson © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Monica Poggi |  | Bologna

Fino al 28 agosto la Fondazione MAST dedica alla sua collezione la mostra «The MAST Collection. Un alfabeto visivo dell’industria, del lavoro e della tecnologia»: 500 immagini fra fotografie, album e video realizzati da 200 fotografi italiani e internazionali. Nata a inizio anni 2000 a partire dal fondo composto da filmati, negativi su vetro e su pellicola, album e libri prodotti a partire dai primi anni del secolo scorso all’interno degli stabilimenti del Gruppo Coesia, oggi la Collezione MAST si compone di più di seimila immagini, sia storiche sia contemporanee.

Attraverso numerose acquisizioni (alcune derivate dal MAST Photography Grant, indetto a cadenza biennale) la Fondazione ha infatti voluto uscire dai canoni della produzione visiva promozionale o documentaristica del gruppo industriale, con la volontà di raccontare il mondo del lavoro nelle sue molteplici sfaccettature. Accanto a Gabriele Basilico, Margaret Bourke-White, Robert Doisneau, Mimmo Jodice, Germaine Krull, Dorothea Lange, Man Ray, Sebastião Salgado, Thomas Struth ed Edward Weston, nomi meno conosciuti e interpreti anonimi.

Impiegando grammatiche diametralmente opposte, che vanno dal servizio su commissione al reportage di denuncia, dall’approccio documentaristico alla sperimentazione stilistica, la varietà dei lavori esposti testimonia la complessità di proporre un racconto relativo al tema del lavoro. Tale complessità ritorna anche nella struttura della mostra suddivisa in 53 capitoli dedicati a specifici concetti, a loro volta identificati attraverso le lettere dell’alfabeto. Si va quindi dalla A di «Abandoned» fino alla W di «Waste», «Water» e «Wealth», termini che, oltretutto, sottolineano le tante implicazioni ambientali legate allo sviluppo industriale, già affrontate dalla Fondazione attraverso mostre come «Edward Burtynsky. Anthropocene» o «Richard Mosse. Displaced». Sottolinea il curatore della mostra Urs Stahel: «La fotografia è figlia dell’industrializzazione e al tempo stesso ne rappresenta il documento visivo più incisivo, fondendo in sé memoria e commento». A partire da questa considerazione, l’alfabeto diventa, di fatto, il pretesto per mettere insieme incroci, per creare connessioni e per evidenziare scarti.

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