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LA MALA ARTE | Il mercato non è un romanzo criminale

Sostenere che il commercio di opere d’arte è in crescita a causa dell’infiltrazione della malavita è un clamoroso abbaglio

Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale durante la presentazione di un'operazione di recupero. © Arma dei Carabinieri

L’«Art Crime» ispira scoop giornalistici. Riciclaggio, falsi ed evasione fiscale sono problemi reali, ma le regole e le leggi ci sono e sono sempre più severe. E sostenere che il commercio di opere d’arte è in crescita a causa dell’infiltrazione della malavita è un clamoroso abbaglio frutto di un’analisi sensazionalistica. Ecco perché

L’articolo apparso il 10 febbraio sul quotidiano «La Stampa» a firma di Maria Berlinguer e intitolato «È l’arte la criptovaluta delle mafie. I clan ripuliscono denaro sporco attraverso aste mondiali di quadri» ha fatto molto scalpore. Capiamo benissimo il giusto interesse, da parte di una così autorevole testata, per un argomento tanto importante, ma forse dobbiamo deplorare il modo totalmente approssimativo e infondato di trattare una realtà che pure esiste.

Quelle due pagine mi hanno fatto pensare a certi articoli usciti all’esplosione del movimento «Me Too» che cercavano di provare che in ogni maschio si nascondeva uno stupratore in pectore, rendendo meno credibile un fenomeno orrendo e da combattere fermamente. Affronterei il problema al rovescio: proviamo a trovare un settore dell’economia italiana che non abbia mai ricevuto un euro investito da fonti illegali... Il settore edile, la moda, l’agricoltura, la logistica, l’industria agroalimentare, l’editoria oppure l’industria del riciclo sono veramente esenti da qualsiasi intervento criminale? Intere aree di alcune città italiane sono state ricostruite con fondi della mafia, tante realtà del mondo della moda, dalla produzione alla distribuzione, sono infiltrate dalle cosche.

Tutti adoriamo la mozzarella, ma siamo sicuri che tutte siano così bianche e innocenti? Per questa ragione non dobbiamo più mangiarle? Tutti facciamo con grande cura la raccolta differenziata, ma siamo sicuri che i nostri scarti amorevolmente divisi non vadano a finire in una discarica abusiva?È molto appetibile scrivere un articolo sul mercato dell’arte corredato da due belle foto, così il lettore è invogliato e si beve tutto. È a questo punto che iniziano le mie perplessità sull’articolo di «La Stampa», che come prove del degrado del mercato dell’arte pubblica le immagini di due quadri del giovane Van Gogh rubati in Olanda e ritrovati in un casolare italiano.

Con la stessa logica, nel caso in cui un container di medicinali rubato venisse ritrovato su un piazzale dell’autostrada, dovremmo dire che abbiamo la prova che l’industria farmaceutica è controllata dalla ’ndrangheta... Che cosa c’entra il furto di quadri da un museo con il mercato dell’arte? Questo è solo sensazionalismo, e anche piuttosto becero. L’articolo mette insieme cifre che non sono affatto correlate.

L’autrice scrive che il mercato dell’arte vale globalmente 60 miliardi di euro e che 18 miliardi di beni sono stati sottratti dalle Fiamme Gialle. Peccato che la cifra di 18 miliardi sia un totale su quattro anni e che la maggior parte di questo ammontare sia composto da beni immobiliari con stime da capogiro e che le successive vendite demaniali raggiungano una frazione delle prime stime. Sono abbastanza esperto per poter giudicare la qualità degli oggetti dalle trionfalistiche fotografie scattate dalle Fiamme Gialle ai tesori sottratti ai capi dei clan. Nelle maggior parte dei casi i «capolavori» sottratti al bene pubblico sono orrendi e grossolani falsi senza valore. Potremmo forse suggerire ai capi dei clan mafiosi di mandare i loro dipendenti ai corsi di Sotheby’s e Christie’s per formarne il gusto.

Per finire, la giornalista fa una descrizione smagliante del mercato dell’arte che andrebbe a gonfie vele, prova dunque dell’incidenza del denaro sporco, basandosi sull’Art Market Basel-Ubs Report. Il problema è che usiamo tutti un altro report, quello di Art News, che per il 2019 è arrivato a una conclusione drasticamente diversa segnalando un forte calo del mercato. Le cifre pubblicate da Sotheby’s e Christie’s per il 2019 non erano affatto sinonimi di tempi gloriosi ed è da mesi che scriviamo che il mercato dell’arte è in difficoltà. Io non scrivo di calcio, perché non ne capisco niente; certe persone dovrebbero avere analogo scrupolo.

Finirei con un aneddoto personale. Sono arrivato in Italia nel 1985 come amministratore delegato di una casa d’aste anglosassone. Avevo appena sistemato le mie matite quando un personaggio importante del mondo dell’arte milanese venne a trovarmi per propormi una serie di quadri orrendi. Il mio compito sarebbe stato di includere questi quadri in un’imminente asta come opere originali di grandi maestri. Lui mi garantiva offerte minime di centinaia di milioni di lire per ciascun quadro.

Dopo la mia reazione inorridita, dichiarai che una semplice trattativa privata fuori asta gli sarebbe stata sufficiente, anche calcolando una bella commissione per me. La mia assistente riaccompagnò il mio visitatore spiegandogli che ero un povero svizzerotto ingenuo e incapace di capire gli arcani del mercato italiano e che quindi sarebbe stato meglio per lui provare con altre case d’asta più serie.

All’epoca certe case d’asta rappresentavano il mezzo più sicuro per pagare tangenti e alcuni antiquari funzionavano come lavatrici per «sbiancare» certi patrimoni. Il mercato dell’arte ha fatto passi da gigante per risanarsi, ma resta ancora un lungo cammino da percorrere per garantire un risultato ancora più trasparente: il funzionamento dei porti franchi, la fuga di capolavori dalle zone di guerra, le legislazioni diverse da un Paese all’altro sono problemi reali e vanno affrontati con serietà. Ma, per favore, evitiamo i luoghi comuni e di mettere alla gogna tutto un settore che certamente ha delle pecore nere, ma è fatto anche di persone serie e oneste.



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Bruno Muheim, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020



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