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Opinioni

La libertà nella clausura | MIMMO JODICE

Le voci degli artisti nel coprifuoco da coronavirus

Mimmo Jodice

«Passeggio sulla piccola terrazza di casa. Lontano vedo un pezzetto di mare e un po’ di Capri. A sinistra, davanti a me, un’enorme magnolia copre la vista del Vesuvio; a destra, un vecchio edificio color giallo limone. Ha due finestre ovali, due occhi che mi guardano. Il silenzio è assoluto. Non c’è nessuno in strada, le finestre sono chiuse. Avverto ansia e paura: penso alla sofferenza degli ammalati, ai medici e agli infermieri che rischiano la loro vita in corsia.

Mi sento inutile, incapace di dare aiuto. Una sofferenza che conosco bene ma che anni fa riuscivo a mettere al servizio della comunità e questo mi rasserenava. Il mio pensiero corre all’agosto 1973, quando scoppiò il colera a Napoli: allora mi sembrò necessario andare a Ercolano, nei luoghi dove tutto era cominciato, e denunciare le condizioni di assoluta povertà, di abbandono, di disperazione. I volti dei bambini, dei ragazzi, delle donne mostravano come si poteva morire per incuria, per abbandono, per mancanza di cibo.

In quegli anni ero già impegnato nel mio lavoro di ricerca concettuale: dal primo momento che sono entrato in camera oscura ho sempre pensato che la fotografia fosse certamente Arte. Prima ancora di fotografare, avevo cominciato a fare esperimenti in camera oscura con fili di lana, grani di sale, foglie. Una meraviglia, un innamoramento che mi toglieva il fiato. Tuttavia ho sempre sentito la necessità di dare testimonianza alla mia città: così è nato il lavoro sul colera, quello sul quartiere della Sanità, dove sono nato, quello fatto sul terremoto di Gibellina e quello in Campania del 1980.

Anche noi, quella notte stessa, dovemmo lasciare la nostra casa. Misi al sicuro Angela e i bambini e partii per le zone più colpite dal terremoto. Sentivo il bisogno di dare il mio contributo e il mio aiuto in un momento di terribile sofferenza.

Ora mi chiedo cosa può fare un artista per aiutare, per essere vicino a tante persone spaventate, ammalate. Mandare a tutti loro un pensiero affettuoso e dare sostegno a coloro che li stanno aiutando con dedizione e professionalità».

a cura di Olga Scotto di Vettimo, edizione online, 1 aprile 2020



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