La libertà formale di Sally Gabori

Alla Fondation Cartier di Parigi, la prima personale europea dell’artista aborigena

«Dibirdibi Country» (2008) di Sally Gabori © The Estate of Sally Gabori
Luana De Micco |  | Parigi

Nata a Bentick, un’isola dell’arcipelago delle Wellesley, in Australia, Sally Gabori cominciò a dipingere nel 2005, quando aveva già «circa» 80 anni. In tele apparentemente astratte raccontava la sua terra e il suo popolo, i kaiadilt, i cui diritti territoriali, dopo lunghe battaglie, sono stati riconosciuti dalle autorità australiane solo negli anni ’90.

Alla sua morte, nel 2015, l’artista di origini aborigene (il cui nome di nascita è Mirdidingkingathi Juwarnda) ha lasciato oltre duemila opere che sono un’ode al colore. Gaborit ha avuto la sua prima mostra a dicembre 2005 alla Woolloongabba Art Gallery di Brisbane.

Nel 2013 le sue tele atterrarono alla Biennale di Venezia per essere esposte in una collettiva a Palazzo Bembo. Dal 3 luglio al 6 novembre la Fondation Cartier ne allestisce una trentina in una retrospettiva, la prima personale dedicatale in Europa.

«I dipinti di Sally Gabori sono la testimonianza di una impressionante libertà formale, alimentata dalle infinite variazioni di luce sul paesaggio che crea il clima contrastato del golfo di Carpentaria», scrive la Fondation Cartier.

L’istituzione parigina presenta opere di piccolo formato, quelle degli inizi, ma anche le maestose tele lunghe 6 metri che Gabori dipinte dal 2007, alcune delle quali realizzate con altri artisti kaiadilt o con le figlie, e anche una serie ispirata al suo ultimo viaggio nella terra natale, realizzata con le sorelle e le nipoti (nella foto, «Dibirdibi Country», 2008).

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