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Mostre

La leggenda dell’anarchico curatore

Al Castello di Rivoli le ossessioni di Harald Szeemann

Da sinistra, i danzatori Totimo, Suzanne Perrottet, Katja Wulff, Maja Lederer, Betty Baaron Samoa e Rudolf von Laban sul Monte Verità ad Ascona. © The Getty Research Institute. Foto: Johann Adam Meisenbachr

Rivoli (To). Nel mondo dell’arte è una figura leggendaria, uno di quegli esempi a cui si guarda con ammirazione e riverenza. Un grande precursore, come lo è stato Herbert Chapman per il calcio (il primo allenatore moderno). Harald Szeemann (1933-2005) non è stato soltanto il primo curatore indipendente, è stato il primo curatore nell’accezione che diamo oggi al termine. Szeemann e Chapman, gomito a gomito l’uno con gli artisti l’altro con i calciatori, hanno saputo imporre per la prima volta una visione sistemica, un’idea di «gioco», senza mettersi al servizio delle singole individualità.

È qui, per esempio, la grande innovazione di documenta 5, dove il curatore svizzero, primo direttore artistico dopo il fondatore Arnold Bode, non si limita a compilare la lista degli artisti invitati, i più rappresentativi del momento, ma riconduce le loro opere di generi diversi a un unico tema attraverso cui leggere il presente.

Ad Harald Szeemann il Castello di Rivoli dedica la retrospettiva «Harald Szeemann: Museum of Obsessions», tappa di una mostra itinerante visitabile dal 26 febbraio al 26 maggio, proveniente dal Getty Research Institute di Los Angeles, che nel 2011 ha acquisito l’archivio di Szeemann da lui stesso definito «museo delle ossessioni».

L’esposizione, come l’archivio, copre 150 progetti espositivi e 50 anni di carriera, dagli anni Sessanta ai Duemila, con documenti, fotografie, oggetti e carteggi con artisti come Richard Serra, Joseph Beuys e Michael Heizer, tre autori le cui opere provocatorie gli costarono le dimissioni da direttore della Kunsthalle di Berna nel 1969. A Rivoli la mostra si arricchisce di opere di artisti torinesi con cui Szeemann ha lavorato.

Il percorso parte dal suo rapporto con le avanguardie degli anni Sessanta e Settanta, come Fluxus e Azionismo Viennese, prosegue con gli anni Ottanta e si conclude con le esperienze in giro per il mondo, come la Biennale di Venezia diretta nel 1999 (quando Szeemann venne investito dalle polemiche seguite all’abolizione del Padiglione Italia) e nel 2001. Una sezione ricostruisce infine la mostra che nel 1974 dedicò al nonno paterno: parrucchiere, fabbricante di parrucche e inventore di un apparecchio per la permanente.

Jenny Dogliani, da Il Giornale dell'Arte numero 394, febbraio 2019


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