La fotografia non documenta (tutto) il passato

Secondo Giulia Parlato, fresca vincitrice del Premio Luigi Ghirri, fotografia, archeologia e musei giocano un ruolo importante nella costruzione della memoria storica

«Box» di Giulia Parlato dal progetto «Diachronicles» (2019/2021) © Giulia Parlato
Rica Cerbarano |

Giulia Parlato è una giovane artista visiva che vive tra Londra e Palermo. Nella sua pratica artistica analizza l’eredità storica della fotografia, in particolare riferendosi agli usi scientifici dell’immagine, adottando un approccio che emula il linguaggio visivo asciutto della fotografia forense. Con il suo progetto «Diachronicles», a cui lavora dal 2019 e con cui ha vinto recentemente il Premio Luigi Ghirri indetto da Giovane Fotografia Italiana, Parlato mette in scena uno spazio fittizio dove il tentativo di ricostruire il passato si tramuta nella costruzione di vuoti fantasmatici e dove gli oggetti vengono presentati come reliquie di un «è-stato» immaginario. Come alla ricerca di una legittimazione accademica, lo spettatore è disorientato dalle immagini in cui reale e falso si sovrappongono, dissotterrando tracce di eventi mai accaduti. «Diachronicles» solleva un’importante riflessione sul ruolo che l’archeologia, la fotografia e lo spazio museale giocano nella definizione della narrazione storica predominante. Abbiamo intervistato Giulia Parlato per conoscere meglio il suo lavoro.

Porta avanti il progetto «Diachronicles» da tre anni. Ci racconta come ha iniziato?
Ho iniziato grazie alla mia tesi di laurea magistrale sulla simbologia palermitana. Volendo approfondire la figura di Aby Warburg sono andata a visitare l’istituto Warburg a Londra e lì, esplorando il suo archivio, ho cominciato a sviluppare l’idea del progetto. Sono sempre stata interessata al modo in cui viene rappresentata una cultura nel corso del tempo e cosa definisce una particolare cultura rispetto ad altre. Stavo studiando la simbologia di Palermo e così ho cominciato a ragionare sulla rappresentazione storica, cosa resta fuori o cosa resta dentro e da cosa viene definita: per esempio pensando ai musei, cosa vi viene mostrato e cosa no. Il lavoro vuole in un qualche modo concentrarsi su quello che sta ai margini della narrazione storica e che rimane fuori dagli spazi museali, ma gioca anche con i preconcetti di storia che ci portiamo dietro.

Come si esprime il suo lavoro dal punto di vista estetico?
Il progetto si presenta come una una raccolta di fotografie che sembrano documentarie ma che sono invece completamente messe in scena, andando a formare una sequenza di immagini che nell’immediato rimandano ad un archivio storico o alla raccolta di prove scientifiche. In ogni caso, sono tutte immagini su cui ho lavorato per sottrazione piuttosto che addizione: per esempio, fotografando la vetrina di un museo vuota e non piena. Inoltre, dal punto di vista del trattamento estetico, le immagini rimandano alle prime fotografie scientifiche, quelle realizzate soprattutto nel momento in cui le metodologie di ricerca archeologica hanno cominciato ad essere più strutturate (che, curiosamente, è lo stesso momento in cui è nata la fotografia). Questa corrispondenza temporale tra fotografia e archeologia è per me molto interessante da esplorare.
«Falcon» di Giulia Parlato dal progetto «Diachronicles» (2019/2021) © Giulia Parlato
Il suo progetto riflette molto sulla responsabilità storica del museo. Ha mai fatto una riflessione su quello che invece potrebbe il museo del futuro?
Penso che nel momento in cui si allestisce una mostra che parla di un periodo storico si fa già ovviamente, anche volendo essere molto accurati, un’azione di pulizia e di selezone. La mostra non comprenderà mai tutto lo scibile, per forza di cose qualcosa resterà fuori, e la selezione viene fatta in base agli oggetti che rappresentano in maniera più comprensiva un periodo storico… A mio parere in futuro ci sarà sempre questo problema, perché nonostante ci sia una cultura diversa intorno al museo o all’allestimento museale comunque quando entri dentro a un museo è come se entrassi dentro un libro, c’è un inizio e c’è una fine. È impossibile avere una visione totale.

Qual è il ruolo della fotografia oggi, secondo lei?
La fotografia nasce come un mezzo elitario che non tutti si potevano permettere. Oggi invece è sicuramente un mezzo sicuramente più diffuso, ma democratico fino a un certo punto. L’immagine fotografica è altamente soggettiva e ti restituisce un punto di vista, uno di tanti. Anche solo pensando alle fotografie storiche molto famose, queste restituiscono un’immagine eterna di un fatto storico eliminando le sfumature più sottili di quell’evento.Al posto di parlare di ruolo della fotografia oggi, penso sia più importante parlare del nostro ruolo nei confronti della fotografia: il nostro approccio dovrebbe essere sempre critico nei confronti di un’immagine, per esempio chiedendosi chi c’era dall’altro lato quando è stata scattata, quali erano le condizioni, e per quale motivo è stata realizzata.

Il Premio Luigi Ghirri corrisponde ad un valore di 4 mila euro. Come si sente ad averlo vinto?
È stato molto emozionante ed è arrivato proprio al momento giusto. A volte è facile farsi sopraffare dagli impegni e mettere da parte i propri progetti. Il fatto che sia un premio intitolato a Luigi Ghirri ovviamente mi fa sentire orgogliosa del mio lavoro e piena di voglia di fare. Non è così scontato che ci siano persone che ti sostengano e che vogliano investire in quello che fai. Sono davvero grata di aver avuto questo riconoscimento e adesso potrò finalmente chiudere il progetto del modo in cui speravo.
«Ladder» di Giulia Parlato dal progetto «Diachronicles» (2019/2021) © Giulia Parlato

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