La forma invisibile degli elementi nell’arte di Piangiamore

La quarta personale che la galleria Magazzino di Roma dedica all'artista italiano presenta opere in cui la terra, il cielo, l’arcobaleno o il ghiaccio vengono rielaborati in modo da stavolgerne la percezione

Una veduta della mostra personale di Alessandro Piangiamore «Frangiflutti» (2022), Magazzino, Roma
Francesca Interlenghi |  | Roma

Si intitola «Frangiflutti» la quarta personale che la galleria Magazzino di Roma dedica ad Alessandro Piangiamore (Enna, 1976), presentando una serie di opere inedite concepite e realizzate appositamente per questa occasione.

Già dal titolo si evince il carattere della poetica di Piangiamore, che attraverso l’arte vede la possibilità di ergere barriere atte a interrompere il flusso di immagini che bombardano la nostra attualità, al punto da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che ci passa davanti agli occhi anche solo per un attimo. Ne arresta il libero progredire, smorzandolo, infrangendo, rompendone l’impeto alla stregua di un frangiflutti.

L’artista preleva spesso dalla natura e dal quotidiano gli elementi fondanti la sua ricerca. La terra, il cielo, l’arcobaleno o il ghiaccio vengono rielaborati in modo da stavolgerne la percezione, rendendo visibile sotto altra forma l’invisibile, in un travaso di mondo e arte che si nutre di un intreccio continuo. Ne è un esempio l’opera «Il Cacciatore di Polvere» in cui una collezione di terre, raccolte durante alcuni spostamenti effettuati dall’artista, viene trasformata in pannelli quasi monocromi di grandi dimensioni che intenzionalmente confondono il linguaggio pittorico con quello scultoreo, mescolandone i confini, testimoniando il passaggio del medium stesso da uno stato a un altro.
«Cacciatori di Polvere» (2022) di Alessandro Piangiamore
La terra è infatti l’elemento dal quale hanno origine moltissimi dei pigmenti che così utilizzati, quasi modellati, costringono lo spettatore a riconoscere nell’opera il risultato di un processo che le ha dato progressivamente forma. La vitalità della materia è tradotta in una superficie densa e intensa, granulosa e scabra che, lasciando spazio all’immaginazione, pare attraversata da correnti telluriche e tremore di venti. L’elementarità cromatica di questo lavoro non ha nulla ovviamente a che fare con la fredda e rigida impersonalità del minimalismo più tipico. Si tratta qui piuttosto di insistere sul potere trasformativo degli elementi naturali, attuando un processo di metamorfosi tale per cui un oggetto diventa un altro.

Uguale nell’approccio concettuale, sebbene diversa negli esiti, è la serie di fotografie intitolata «Acqua negli Occhi», che ritrae il paesaggio attraverso una lastra di ghiaccio utilizzata come filtro. La stabilità e la fissità delle forme, del loro ingombro e della loro notorietà, cedono il passo a uno stato sospeso e indefinito, a figure che convertono la loro presenza in luminosa latenza. Quasi l’artista volesse spingere l’oggetto verso un funzionamento di antidoto rispetto a una società basata sulla frenetica esteriorizzazione dell’informazione e della comunicazione.
« Acqua negli Occhi» (2022) di Alessandro Piangiamore
Oltre all’elemento della terra e dell’acqua, anche quello del cielo gioca un ruolo da protagonista in questo progetto espositivo. Le opere della serie «Qualche uccello si perde nel cielo», presentate in grandi formati, raccontano un notturno di stelle popolato di piume cadenti ed evidenziano l’accento poetico del lavoro di Piangiamore per cui tutta la realtà è fisica e metafisica, e in essa l’occhio transita formando una mappa immaginaria di istanti unici, sfuggenti e irripetibili.

Completa la mostra l’opera «Giove Pittore di Farfalle» in cui sette sculture di vetro, lavorate a ricordare dei blocchi di ghiaccio, sono animate da altrettante luci manovrate a distanza da una macchina o un uomo o dall’artista stesso che può intervenire da remoto decidendone, in modo imprevedibile, colori e intensità, generando così all’interno del perimetro dell’opera un arcobaleno instabile e cangiante, che mette in crisi la fissità dell’opera stessa per liberare il suo potenziale dinamico. Conferendole di volta in volta nuova vitalità, nuova pulsione e respiro.

Questa mostra è un distillato di un paesaggio, come la definisce Piangiamore. Di cui bisogna fare esperienza, avere conoscenza diretta acquisita con l’osservazione ravvicinata, per scoprire quel qualcosa di nascosto o di solo potenziale o ipotetico, le cui tracce affiorano sulla superficie dei lavori esposti.

© Riproduzione riservata «Qualche uccello si perde nel cielo» (2022) di Alessandro Piangiamore
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