La dittatura dell’arte di Jonathan Meese

Nella Tim Van Laere Gallery il visionario artista tedesco interpreta alla sua maniera le personalità dell’Impero romano, da Nerone a Caligola ad Agrippina e anche se stesso

«Nero’s Gun Agrippina (Ben Gun in Gun Hill Shooting You, but not Zedaddy!) (Zed is Alive)» (2024), di Jonathan Meese
Guglielmo Gigliotti  |  | Roma

Dal 10 febbraio al 27 aprile, Jonathan Meese allestisce negli ambienti della Tim Van Laere Gallery di Roma una delle sue mirabolanti e multimediali messe in scena, frutto di una personalissima e visionaria concezione del mondo. Per il cinquantaquattrenne artista tedesco, infatti, al mondo esiste solo l’arte, anzi, come ama dire, la «dittatura dell’arte». Tutto il resto è illusione o errore.

L’arte è l’unica realtà. Dipinti, disegni, sculture, installazioni, video e testi scritti, costituiscono, anche per l’appuntamento nella sede romana della galleria di Anversa sita nel cinquecentesco Palazzo Donarelli Ricci, l’«arazzo» di un discorso unico ed esplosivo. Ogni lavoro è infatti solo il frammento di una grande opera d’arte totale, in cui sono da convogliare tutte le numerose opere realizzate dall’artista in 30 anni di attività espositiva per il mondo.

Nulla, in Meese, è riducibile al senso della logica consueta, neanche gli impegnativi titoli delle sue mostre. Quello di Roma suona così: «A.R.T. IS Total “Family-Business”! AGRIPPINA=ARTMOTHERZ NERO=ARTSOLDIER (CÄSAREN-ROULETTE, NO PRPBLEM, YEAH)». Dadaismo, espressionismo, Beuys, Neuen Wilden e tanta energia personale sono gli ingredienti anche dell’attuale percorso, il cui soggetto è la storia antica della città sul Tevere, vista con entusiasmo ribelle e volutamente ingenuo.

Tra i protagonisti delle sue roboanti immagini stese a rapidi colpi di spatola e pennello, personalità dell’impero romano, che l’artista eleva a imperatori dell’arte, essendo, come detto, l’arte l’unico regno veramente vivibile: Nerone (particolarmente amato per la sua stravaganza), sua madre Agrippina, il cane della stessa assieme al gatto del figlio, l’imperatore pazzo Caligola, il suo successore Claudio, ma anche Giulio Cesare, Tiberio, Commodo, Cleopatra, gladiatori (i «soldati dell’arte»), e poi lui stesso, Jonathan Meese, negli immancabili autoritratti con grande barba e capelli lunghi.

Dichiara l’artista: «L’arte, come guida totale dell’amore, è la forza che distrugge le ideologie per inaugurare un nuovo ordine mondiale di totale meraviglia del mondo. L’arte è la dominatrice indiscussa di un futuro glorioso!» Le sue dichiarazioni, che Meese considera parti integranti della sua arte totale, rivelano richiami anche futuristi, alla stregua di Marinetti («Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!»). Secondo lui «la dittatura dell’arte dovrebbe governare il mondo. Tutti i politici, i religiosi e gli egocentrici dovrebbero dimettersi e cedere tutto il loro potere all’arte!». Una cosa non sopporta Meese, che si consideri la visione del mondo come opera d’arte, un’utopia. Lui, quel mondo lo abita.

© Riproduzione riservata
Calendario Mostre
Altri articoli di Guglielmo Gigliotti