La curiosità è un colore straordinario

Intervista a Piero Maranghi e Leonardo Piccinini, conduttori di «Almanacco di Bellezza» su Sky. «Fossimo ministri istituiremmo la gratuità nei musei pubblici, aggiorneremmo le leggi sull’export e rilanceremmo i nostri teatri: il melodramma è l’unica occasione quotidiana di ascolto della lingua italiana nel mondo»

A sinistra Piero Maranghi e a destra Leonardo Piccinini davanti alla statua di Napoleone
Michela Moro |

Piero Maranghi e Leonardo Piccinini conducono dal 2020 «Almanacco di Bellezza» su Classica HD, canale 136 di Sky, programma quotidiano di attualità culturale con informazioni, aneddoti e spigolature, mezz’ora di commenti sulle notizie più recenti e sulle ricorrenze legate al mondo della cultura di ogni epoca. Onnivori, hanno della cultura una visione panottica, e nel duo l’irrequietezza di Maranghi è compensata dal più riflessivo Piccinini. Piero Maranghi (Milano, 1969) è editore, amministratore delegato e direttore di Classica Hd dal 2004; dirige la Fondazione Piero Portaluppi, ha ideato e realizzato il Museo della Vigna di Leonardo a Milano; con Paolo Gavazzeni ha firmato regie d’opera in vari teatri lirici italiani.

Leonardo Piccinini (Modena, 1979), studioso della storia del collezionismo e del mercato dell’arte, attivo dietro le quinte nelle trasmissioni Rai di Philippe Daverio «Passepartout», «Il Capitale» ed «Emporio Daverio», scrive per diverse riviste specializzate, ed è da sempre impegnato nell’Associazione Amici di Brera. Dal programma televisivo è stato tratto il libro Almanacco di bellezza, edito nel 2021 da Rizzoli.

Com’è nata questa passione per la cultura in generale, quali sono stati gli inizi?
Piero Maranghi: È l’effetto di un’esistenza giovanile che si può tranquillamente definire bipolare: in casa vedevo e respiravo bellezza e al tempo stesso ero perduto in qualsiasi percorso che fosse formativo, didattico; alla fine i segni generati da tanta bellezza respirata hanno vinto sull’abbandono e sul pressappochismo della mia condotta. Quando si è imposta questa brama di conoscere, l’unica via possibile era quella di mettermi dalla parte di chi organizza, produce, coordina. Io non posso studiare Schubert, ma se faccio un documentario su Schubert con il professor Franco Pulcini alla fine un po’ di cose di Schubert le imparo. Quindi faccio le cose che faccio perché mi permettono di stare vicino a persone che la sanno molto più lunga di me e ogni tanto posso dare un piccolo contributo, salto di palo in frasca stando nelle cose che amo.

Leonardo Piccinini
: Ho sempre avuto una curiosità morbosa per la storia. L’arrivo all’arte e alla storia dell’arte è avvenuto come chiave per capire la storia; le testimonianze del passato, le opere d’arte, le architetture e i libri sono la prova tangibile che Carlo V è esistito, al di là dei documenti; il ritratto di Carlo V di Tiziano ce lo rappresenta e ce lo fa immaginare. Per me è interessante l’arte con la funzione di ricostruire mondi, contesti, i momenti alti della nostra storia e anche ciò che siamo sostanzialmente. Le religioni, le grandi potenze, si riconoscono in grandi opere d’arte e architettura. Devo molto alle persone che mi hanno fornito delle chiavi di lettura. A differenza di Piero, che è una persona concreta, io sono un osservatore, sono più il viandante sul mare di nebbia dipinto da Friedrich; ho una mia dimensione romantica, non a caso sono nato il 4 settembre e Caspar David Friedrich il 5, l’anno prossimo sarà il suo 250mo anniversario.

Com’è nato il vostro sodalizio?
P.M.: Sotto la stella di Philippe Daverio, che ha agito su di noi e sul nostro desiderio di fare qualcosa insieme; abbiamo cominciato quando lui c’era ancora, nell’aprile 2020.

Che cos’è la bellezza per voi?
P.M.: Trovo bellezza in tutte le cose del mondo che mi circondano; è qualcosa che rapisce il mio sguardo, che mi genera emozione, interesse, che mi dà piacere e gioia.
L.P.: Se pensiamo alla bellezza nella storia, il nostro sguardo non è lo stesso di un uomo del ’500, che non era lo stesso degli antichi Romani, che non era lo stesso di Schiele; pensa com’è cambiato lo sguardo. Noi l’abbiamo chiamato così perché la bellezza nell’Almanacco non è solamente la bellezza nelle opere d’arte, delle architetture, delle grandi innovazioni, è anche la bellezza del conoscere.

Siete uomini colti in modo antico…
P.M.: Il problema della contemporaneità recentissima credo sia la frammentazione generata dagli strumenti tecnologici che subiamo senza filtri. Ho quattro figli e ogni tanto mi allarmo di fronte a certe manifestazioni in cui ho la sensazione che questa realtà tenda a sostituire ciò che ci circonda. Dopodiché penso che la natura umana abbia una necessità inalienabile di continuare a conoscere. Nelle nostre vite c’è stata un’accelerazione nel consumo del nostro tempo pazzesca, legata alla tecnologia, ma continuo a voler pensare che questo sia un tempo di decantazione, e poi si ritornerà ai fondamentali che devono nutrire la natura umana.

Come si può procedere in questa direzione?
P.M.: Cerco di far inciampare il più possibile le persone che mi circondano in fenomeni diversi, cercando di lasciare in loro un’eco, una sedimentazione che ho la speranza, come nel mio caso, possa poi ritornare per occupare lo spazio.
L.P.: Per arrivare a conoscere si deve essere curiosi. La scuola ha grandi responsabilità, manca una classe dirigente all’altezza della sfida: la classe politica e gli intellettuali ripetono stanche frasi a effetto, non c’è mai curiosità in loro. Eppure curiosità è un colore straordinario; non penso che il mezzo tecnologico sia colpevole di tutto e trovo che in altre società europee la cosa sia degenerata molto meno che in Italia.

In tutta questa vostra cultura l’arte contemporanea manca un po’.
L.P.: Potrei rispondere così: dobbiamo pensare che nell’arte antica non c’era la stessa divisione che c’è oggi tra le varie espressioni di creatività; ad esempio, il cinema, oggi, è o non è arte? L’architettura, la pubblicità sono arte? In un manuale di arte antica tu avrai insieme Tiziano e Palladio, in un manuale di storia ipoteticamente di oggi, Renzo Piano non è insieme a Maurizio Cattelan... L’arte contemporanea ha un ruolo meno definito nella società; se dovessi chiedere al Presidente degli Stati Uniti quale artista contemporaneo gli viene in mente, probabilmente avrebbe un’esitazione, ma se gli chiedessi il nome di un regista o un architetto ti direbbe subito Martin Scorsese... Questo per dire che l’arte contemporanea, che è interessante, spesso non ha nella società il ruolo che ha avuto in passato perché non ha il peso della committenza. Esistono però ottimi esempi di arte pubblica, penso all’installazione di Ai Weiwei con i gommoni sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze; per i 100 anni della Prima Guerra Mondiale, nel 2014, nel fossato della Torre di Londra l’artista Paul Cummins e lo scenografo Tom Piper installarono migliaia di papaveri di ceramica a ricordo dei caduti, cosa che generò grande scalpore. Io ne rimasi folgorato, c’era un senso d’urgenza che rendeva l’opera figlia del proprio tempo, toccava una sensibilità, una memoria. Ecco questo ci può essere, ma spesso non lo trovo.

Arriviamo ai musei.
P.M.: Questo tema ci porta a riflessioni amare sullo stato dei musei italiani, sul patrimonio, sull’attitudine della politica: i segnali che offre sono sempre privi di qualsiasi prospettiva, di qualsiasi politica, è la politica che nega sé stessa. Non posso sentirmi dire che non ci sono soldi, è una cosa che non si può dire per definizione, i soldi ci sono o, almeno, non sono l’unico problema. Noi abbiamo il desiderio inesauribile di contribuire alla riemersione, alla conoscenza, di un patrimonio meraviglioso. Non lo facciamo in maniera polverosa, siamo convinti che il patrimonio necessiti di interpreti, persone, responsabili, editori, curatori che gli diano una luce diversa. Ci sono esempi stimolanti...
L.P.: L’Accademia Carrara a Bergamo è un esempio di rilancio riuscito di un museo importante. Il museo è il luogo dove si conservano le memorie del passato o del presente, di tantissime tipologie; sono gli strumenti per farlo conoscere che devono cambiare, in rapporto a come cambia la società. Con la riforma Franceschini sono stati fatti dei passi in avanti, in Italia abbiamo un patrimonio immenso e diffuso: le chiese, i palazzi antichi sono musei, l’Italia è un museo. Ma i musei pubblici italiani non sono mai in grado di avere degli standard internazionali; ci sono delle felici eccezioni, ad esempio il modo in cui è stata riallestita Brera.

Trasmettete sul canale Classica: nella classifica della bellezza la musica ha un ruolo superiore?
P.M.: No, è la mission del canale, l’Almanacco ha equidistanza, ne parliamo, ma non è un primus inter pares; la musica ci interessa molto a prescindere, è il nostro pane quotidiano. Purtroppo, nella musica da circa 30-40 anni ci si divide sulla regia, sul direttore d’orchestra e sul cantante... io auspico che in futuro ci si divida sul nome di un nuovo Stravinskij.
L.P.: Sogno qualcuno che in Italia prenda in mano la rete meravigliosa dei teatri, così importanti anche dal punto di vista architettonico, e la promuova: si va a teatro per ascoltare ma anche per vedere la bellezza dei luoghi. Tra l’altro, l’Almanacco qualche mese fa ha rivolto un appello al ministro della Cultura, che è stato raccolto, sulla casa di Giuseppe Verdi a Sant’Agata che stava per essere messa in vendita, ma si è creata una collaborazione tra Ministero e Regione Emilia-Romagna che speriamo possa portare dei frutti maturi.

Se foste voi i ministri della Cultura che cosa cambiereste?
L.P.: Istituirei la gratuità dei musei pubblici, però accompagnata da una straordinaria campagna di comunicazione sul patrimonio culturale italiano. Non ci sono solo le mostre, ma luoghi straordinari totalmente dimenticati. Poi metterei mano alle leggi ormai obsolete che regolano il commercio e l’esportazione di opere d’arte. Rischiamo di essere tagliati fuori dal mercato dell’arte internazionale e di penalizzare un settore che coinvolge migliaia di persone.
M.P.: Affronterei quella vasca di sostanza azotata che sono i teatri italiani, come oggetti dove da troppi anni si mette la polvere sotto il tappeto; non si affronta, tra l’altro, la tutela del nostro melodramma che ancora oggi è l’unica occasione quotidiana di ascolto della lingua italiana in tutto il mondo: ogni giorno, in tutto il mondo, vengono allestite delle Traviate, dei Rigoletti, delle Bohème. Quando si parla dei teatri di tradizione, dei teatri lirici, senti sempre una traccia «emergenziale», in negativo. Non c’è mai qualcuno che dica: «Chi nel mondo ha quello che abbiamo noi?». Qual è l’opera più ascoltata e rappresentata al mondo? È la Traviata, e nella classifica delle prime dieci ce ne sono sei italiane...

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