La collina dell’utopia

La visionaria esperienza del Monte Verità ricostruita al Museo Novecento

I fondatori di Monte Verità © Fondazione Monte Verità, Fondo Harald Szeeman
Laura Lombardi |  | Firenze

Monte Verità è la collina dell’utopia che, sul Lago Maggiore, fin dagli inizi del Novecento, dopo l’acquisto nel 1899 da parte di Henri Oedenkoven, diviene meta prediletta di figure quali Herman Hesse, Carl Jung, Bakunin, ma anche Isadora Duncan, Hugo Ball, Walter Gropius, Hans Arp, Hans Richter, Paul Klee, Marianne von Werefkin, Alexej von Jawlensky, El Lissitzky, e tanti altri grandi del Novecento, che condividono il rifiuto della vita borghese e dei valori del capitalismo, preferendo il ritorno a una vita primigenia, scandita da ritmi che vedono la cura del corpo (attraverso bagni di sole e pratiche vegetariane) e quella dello spirito (attraverso meditazioni teosofiche, preghiere alla luce ecc.), unite in un binomio indissolubile.

Alla fine degli anni Settanta la mente visionaria di Harald Szeemann rinvigorirà quel luogo, allestendovi, nel 1978, una celebre mostra «Le mammelle della Verità». Al Museo Novecento (e per la prima volta in Italia) questa straordinaria esperienza attraverso un secolo viene raccontata, negli spazi del chiostro, dal 19 novembre fino al 10 aprile, in «Monte Verità. Back to Nature», a cura di Sergio Risaliti, Nicoletta Mongini e Chiara Gatti, in collaborazione con la Fondazione Monte Verità (Ascona Canton Ticino).

Suddivisa in tre tappe, dalle origini filosofiche del Monte, allo sviluppo della sua architettura nelle diverse case, dallo Jugendstil al Bauhaus, e all’arte della danza, e infine all’affondo nella memoria di quello che fu un vero centro magnetico di cultura e spiritualità, la mostra si compone di documenti, immagini, ricostruzioni virtuali, abiti e oggetti simbolo disposti in una timeline negli spazi del chiostro.

Un’espressione di controcultura che incontra lo spirito dei nostri tempi, quando, nell’era dell’Antropocene, sentiamo minati, specie con la pandemia, i fondamenti di una società fondata sul profitto e il successo mondano. Quel che Mario Botta ha definito «il laboratorio di una tra le più radicali utopie artistiche e sociali dell’epoca» è evocato in mostra anche da un programma di film, conferenze e presentazioni di libri. Nel libro catalogo con contributi di Sergio Risaliti, Nicoletta Mongini, Chiara Gatti, Riccardo Bernardini e Luca Scarlini, oltre a un ricco apparato iconografico, troviamo un regesto di tutte le personalità transitate per periodi più o meno lunghi al Monte Verità.

© Riproduzione riservata Danze di gruppo, Scuola Rudolf von Laban © Fondazione Monte Verità, Fondo Harald Szeeman
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