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La collezione di Gian Enzo Sperone | 1. IL COLLEZIONISTA

Il racconto della straordinaria carriera di un protagonista centrale nell'arte internazionale dalla seconda metà del Novecento ad oggi

Gian Enzo Sperone. Foto di Franco Borrelli

Gian Enzo Sperone, ottantenne, torinese, è il gallerista d’arte contemporanea che da oltre cinquant’anni occupa una posizione di vertice nella scala internazionale del settore, a partire dalla galleria tuttora condivisa a New York con Angela Westwater, ma forse ancor più nelle sue personali gallerie che si sono alternate tra Torino e Roma e ora in Svizzera, a Sent nell’Engadina.

Il racconto della sua straordinaria carriera emerge da questa conversazione che ha origine dalla pubblicazione di un grande, spettacolare volume (edito da Allemandi e curato da Tania Pistone) dedicato alla sua collezione privata, strettamente personale: 740 pagine, quattro chili e mezzo, 600 opere di 308 artisti e saggi di decine e decine di illustri specialisti dedicati a ciascuna opera (a esclusione di quelle moderne e contemporanee) e quattro prefazioni illuminanti su questa sua predominante figura di connaisseur scritte da Francesco Bonami, Alvar González-Palacios, Alessandro Morandotti e Vittorio Sgarbi.

Era divenuta mitica la leggenda sulla sua insaziabile passione collezionistica che si estende dall’età greco-romana fino all’amico Schnabel e oltre, e che comprende bellissime opere di pittura e scultura, ma anche di arti decorative di ogni tempo e luogo. Pochi amici ammessi nelle sue case ne avevano una pur sempre parziale percezione.

Il volume è dunque una vera rivelazione di cui parla lo stesso Sperone in questa conversazione confidenziale dominata da una perentoria rivendicazione: «Io sono la mia collezione», dalla quale emerge l’orgoglio del prevalere di questa sua sconfinata vocazione privata perfino sulla sua attività di mercante che pure lo ha reso conosciuto, stimato, ammirato e invidiato in tutto il mondo. Oggi ancora di più.

Signor Sperone, lei è uno dei galleristi più importanti non soltanto per l’Italia, dov’è nato, a Torino, ma tra i più rispettati nel mondo e non soltanto perché ha portato in Italia e in Europa la Pop art essendone stato il primo e principale ambasciatore insieme a Leo Castelli.

... e Ileana Sonnabend, della quale sono stato prima allievo e poi complice per le vicende successive legate all’Arte povera e alla sua diffusione internazionale tra il 1968 e il 1976.

Ecco ora questo gigantesco libro della sua collezione privata dove si scopre, increduli, che una buona percentuale consiste in opere d’arte antiche.

Forse più delusi che increduli visto che se ne parla da molti anni e l’ho detto e scritto in varie occasioni. Alcuni penseranno che questa è una mescola tra galleria e collezione: niente di più falso. L’inventario delle galleria è cosa a sé. Queste sono le opere che ho scelto per me e non sono in vendita; posso semmai prestarle, e l’ho già fatto per mostre prestigiose e non commerciali, ma è una storia personale che ho costruito negli anni da «dilettante» con l’arbitrio di un accumulatore seriale. L’arte antica comunque è la base inevitabile e imprescindibile di ogni seria avventura contemporanea. Del resto le 590 pagine di questo libro sono la prova che l’arte, per un po’, è sempre contemporanea ovviamente, e tutto è interdipendente.

Quando si è accorto per la prima volta di voler possedere delle cose per se stesso? Per caso, Lei è figlio d’arte?

No, sono nato in provincia in una famiglia proletaria con genitori molto lungimiranti, senza i quali non sarei quello che sono. La cosa più difficile, scrive Nietzsche, è diventare quello che sei. Avrò avuto 11 o 12 anni quando ho preso dei vecchi libri abbandonati in strada. Due ancora li conservo: uno, La storia critica della superstizione, il cui titolo ho trovato ammaliante, l’altro riguardava la poesia. Cominciando a sfogliare libri ho capito che il mondo dell’arte, della letteratura, dei quadri, mi attraeva più di qualunque altra cosa. Ecco l’inizio del desiderio di possedere arte. Il mondo dell’arte mi sembrava più interessante dello sport; pur vivendo in simbiosi con la mia bicicletta mi annoiavo. Ho cercato più tardi di stare vicino, per imparare, a persone speciali e ispirate. Goffredo Parise, che ho conosciuto, nell’«Avvertenza» ai Sillabari scrive: «Avevo pensato di scrivere racconti sui sentimenti umani, così labili, partendo dalla A e arrivando alla Z... ma alla lettera S... la poesia mi ha abbandonato... La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei... un poco come la vita, soprattutto come l’amore...». Nella prefazione al suo libro Canale Mussolini Antonio Pennacchi scrive: «Io sono nato per scrivere questo libro»; un’affermazione incredibile. Anche io penso: sono nato per fare questa collezione e tutto va e viene quando vuole la poesia.

Nato non solo per fare la sua favolosa collezione. Nato anche per vendere opere d’arte. Per vivere nel suo mondo. Ma a quanto pare anche per dimostrare di essere più bravo e più insaziabile perfino dei suoi clienti collezionisti…

Cercavo di crearmi in casa un microuniverso con opere di tanti secoli, di tante piccole illuminazioni artistiche in modo da evitare di stare sempre fuori a vagheggiare avventure di viaggio. Ho poi fatto il contrario. Ma resta vivissima l’impressione che da adolescente avevo sentito leggendo il libro di Xavier de Maistre, della fine del ’700, Voyage autour de ma chambre, un’ipotesi di conoscenza di se stessi e del mondo attraverso la descrizione meticolosa della propria stanza, che era poi in un carcere russo, se non ricordo male.

A giudicare dal catalogo della collezione, questa sua stanza ha dimensioni immense: è grande come un grande museo. Ha considerato l’impatto e la sorpresa che desterà nel mondo del contemporaneo scoprire che Lei «invece» è un collezionista raffinato, accanito, severo che predilige arte classica, archeologia e antichi maestri? Non pensa che potrà turbare la sua immagine di gallerista impegnato che propone e diffonde arte contemporanea?

Il primo oggetto che ho comprato ai tempi del liceo, al Balôn, il mercato delle pulci di Torino, per 500 lire, era una coppia di vasetti in mogano tornito, di epoca Impero, che ancora conservo. Poi ho cambiato passo e oggi ci vorrebbe un campo di calcio per contenere tutti gli oggetti, quadri, pendole di bronzo, mobili antichi, teste romane accumulate in cinquant’anni. Il presente libro è solo una sintesi parziale.

Perché aveva comprato due cose così che probabilmente non le servivano?

Quelle due cose, immerse in un mare di cianfrusaglie, mi chiamavano: ogni oggetto d’arte ha una sua voce che bisogna ascoltare. Mi sono chiesto mille volte negli anni perché soggiacere a quello che può diventare un rapporto nevrotico con i manufatti artistici; penso si sia trattato di una forma di autoterapia per non essere travolto dallo scivoloso mondo dei sentimenti. Non sono particolarmente attrezzato a reagire saggiamente all’alternanza tra dolori, drammi e gioie. A questo aggiungerei che il mondo reale è pieno di affabulazioni e sopraffazioni.

Vorrebbe chiudersi nella sua immensa stanza...

Ci sono esempi fulgidi di persone che nonostante (o forse a causa) degli affanni della vita hanno costruito oasi immense dove ripararsi quando necessario insieme a collezioni d’arte speciali. In antico non c’è che da scegliere, dal cardinale Valenti Gonzaga al principe Eugenio di Savoia sino a tempi più vicini a noi, come il torinese Riccardo Gualino o Pietro Accorsi, senza dimenticare Federico Cerruti. Nel nostro tempo, permangono figure speciali come Giuseppe Panza di Biumo, Luigi Koelliker, Gimmo Etro, Mario Scaglia, Marco Brignone, Pier Luigi Pero ed altri che sarebbe troppo lungo elencare; giusto per rimanere solo in Italia. La gente dovrebbe sapere che quello di «una stanza immensa» è un sogno condiviso da tante persone di talento.

Le sue scelte dimostrano che non sono soltanto casuali o istintive ma che nascono da una profonda cultura accresciuta nel tempo.

La cultura, l’esperienza, la passione rendono ogni scelta meno casuale di quanto sembra.

Lei vende a veri collezionisti e a pseudocollezionisti: qual è la differenza?

Un vero collezionista non si fa condizionare, ma i veri collezionisti ispirati e ostinati sono pochi.

Quindi esiste una predisposizione?

Per forza.


FINE DELLA PRIMA PARTE

Carlo Accorsi, da Il Giornale dell'Arte numero 400, settembre 2019


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