La censura a Candice Breitz dimostra che «abbiamo ancora bisogno di parlare»

Per l’artista ebrea in Germania è necessario un dibattito sul razzismo e l’antisemitismo anche con voci «critiche nei confronti delle narrazioni tradizionali»

Still da «Whiteface» (2022), di Candice Breitz. Commissionato dal Folkwang Museum con il supporto della Kunsthalle Baden-Baden
Francesca Petretto |  | Saarbrücken

La prima artista ebrea a essere accusata in Germania di antisemitismo, rea di non aver apertamente condannato l’attentato terroristico di Hamas del 7 ottobre scorso in Israele, è Candice Breitz. Nata a Johannesburg (1971) e residente a Berlino, docente all’Università di Braunschweig e recentemente protagonista, con la mostra «White Face», dell’apertura ufficiale del nuovo museo berlinese Fotografiska, Breitz è molto nota per le sue messe in ridicolo del movimento dei suprematisti bianchi e/o le diverse messe in scena della sua esperienza diretta, giovanile, del regime politico sudafricano di segregazione razziale caduto nel 1995.

La cancellazione dal calendario 2024 del Museo di Saarbrücken di una sua mostra programmata da oltre tre anni non è che l’ennesimo episodio di isterismo diffuso scatenatosi dentro la scena artistica culturale tedesca all’indomani del fatidico massacro del 7 ottobre perpetrato dai terroristi islamici e della conseguente manovra militare voluta dal Governo di Netanyahu contro Gaza.

Causa sarebbero le presunte, controverse dichiarazioni dell’artista sulla guerra in corso: «Il Consiglio di Amministrazione [della Stiftung Saarländischer Kulturbesitz-SSK] ha preso questa decisione dopo un’attenta valutazione, in considerazione della copertura mediatica dell’artista e in relazione alle sue dichiarazioni nel contesto della guerra di aggressione di Hamas contro lo Stato di Israele. La SSK non è disposta a offrire una piattaforma pubblica ad artisti che non si schierino chiaramente contro il terrore di Hamas», ha specificato un comunicato stampa della Fondazione.

La copertura mediatica di cui si parla potrebbe essere un articolo del quotidiano berlinese «TAZ» su una manifestazione promossa tempo fa da Breitz e altri colleghi ebrei del settore artistico-culturale intitolata «We Still Need To Talk» ove li si accusava di volersi inventare vittime, essendo carnefici; vittime della cosiddetta Risoluzione Bds (voluta dal governo tedesco per arginare l’antisemitismo in Germania) e, a causa di quella, di censura. Candice Breitz ha ovviamente respinto ogni accusa, tacciando anzitutto l’autore dell’articolo di malafede nell’aver manipolato le sue dichiarazioni, dove mai e poi mai avrebbe accusato di apartheid lo Stato d’Israele, mai parlando di «privilegio ebraico», essendo lei stessa ebrea e perciò contraria ad Hamas e al terrorismo e dunque molto scossa dagli avvenimenti del 7 ottobre e dai conseguenti, violenti episodi di antisemitismo in tutta Europa e soprattutto in Germania, sua patria elettiva.

Ma è pur vero che l’artista rivendica la libertà, sua e dei suoi colleghi, ebrei e non, di avere una posizione critica nei confronti della politica espansionista e repressiva del governo di Netanyahu e a favore di un processo di inclusione ovvero di partecipazione al dibattito tedesco sul razzismo e l’antisemitismo di un più ampio spettro di voci «comprese quelle critiche nei confronti delle narrazioni tradizionali». Ancora Breitz ha dichiarato: «È possibile condannare Hamas senza riserve (come faccio io) e allo stesso tempo sostenere la più ampia lotta palestinese per la libertà dall’oppressione, dalla discriminazione e dall’occupazione».

La cancellazione di una sua mostra sul tema della prostituzione in Sudafrica (dunque lontana anni luce dall’acceso dibattito in corso) dimostra che avere oggi una posizione di questo tipo, uguale e opposta a quella più volte espressa da Hito Steyerl, o di qualsiasi tipo (come dice Steyerl stessa) può essere estremamente rischioso.

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