La casa studio dello scultore Salvatore Meli ora è la Galleria del Bufalo

L’esperto di scultura lapidea Dario Del Bufalo apre al pubblico con il figlio Giano il nuovo centro polivalente, esponendo arte contemporanea insieme con le opere del celebre falsario Alceo Dossena

La Galleria Del Bufalo Ex Laboratorio Meli fotografata oggi, dopo i restauri
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Sulla Via Appia Antica, al civico 63, tra resti di antichi mausolei e idilliaci brani di campagna romana, nasce un nuovo centro polivalente, la Galleria Del Bufalo Ex Laboratorio Meli. Il sito, come altri che costeggiano la «regina viarum», ha molte storie da raccontare: dal 14 dicembre, giorno di inaugurazione di una mostra di arte figurativa contemporanea, si aggiungerà il capitolo che sta scrivendo Dario Del Bufalo, opinionista del nostro giornale ed esperto tra i maggiori al mondo di scultura lapidea, marmi colorati e glittica.

È stato lo studioso ad acquistare l’ottocentesca grande rimessa per carrozze (400 metri quadrati), appartenuta dagli anni ’50 a Salvatore Meli (1929-2011), scultore e docente all’Accademia di Belle Arti di Roma del corso di Tecniche e nuovi materiali per la scultura. Meli l’aveva trasformata in grande atelier fucina delle sue creazioni ceramiche e metalliche, erigendovi vaste fornaci, allestendo ripiani di lavoro e scaffalature per la copiosa strumentazione e ricavando anche i vani per una sua abitazione. Questa affacciava sulla cinquecentesca Cappella del cardinale Reginald Pole, oltre che sulle morbide colline da cui si accede alle Catacombe di San Callisto, davanti alla Chiesa del Domine quo vadis. Quest’ultima metamorfosi targata Del Bufalo sin dall’entrata, con il nome inciso in rosso su un frammento antico), non vuole obliterare le stagioni pregresse, ma conglobarle, come un albero che cresce su sé stesso.
La Galleria Del Bufalo Ex Laboratorio Meli fotografata da Massimo Listri prima dei restauri
«Qui c’era un armamentario vastissimo di ferrivecchi, racconta Del Bufalo, ammassi rugginosi di scarto che Meli raccoglieva con l’intento di farne altro. Sembrava un antro piranesiano, e quando lo vidi per la prima volta me ne innamorai. La Via Appia è luogo della storia, ma anche della mia infanzia, avere un appiglio qui è un po’ come ripercorrere i tempi. Ma del passaggio di Meli ho voluto conservare le tracce e l’aspetto di laboratorio: gli strumenti di lavoro sono in gran parte ancora qui, le cassettiere sono piene di suoi disegni, su un tavolo ho disposto fotografie della sua vita e su ampi scaffali ho collocato alcune sue sculture in terracotta, in bronzo, in alluminio. E poi bizzarri vasi e grandi piatti... Ho anche riarredato in parte e restaurato la sua abitazione. Meraviglioso è un camino in bronzo da lui plasmato e fuso».

La mostra presenta le opere di cinque artisti contemporanei: vedute romane della pittrice britannica Amanda Padfield, dipinti parafuturisti di Claudio Massimi (ex allievo di Meli), sculture in marmo di Irene Messia, animali in vari materiali di Pietro Simonelli, pannelli musivi del cosmatesco redivivo Franco Vitelli. Ma la Galleria Del Bufalo, diretta da Del Bufalo padre (Dario) e Del Bufalo figlio (Giano, collezionista d’arte tribale e mirabilia vari), presenterà anche opere d’altra e più ambigua natura come quelle di Alceo Dossena (1878-1937), il più celebre ed enigmatico falsario della storia, che riuscì a ingannare i maggiori storici dell’arte del mondo, a cominciare da Berenson.
Giano e Dario Del Bufalo
Dossena non realizzava copie d’arte antica, ma, come disse Ludwig Pollak, «imitazioni». Compenetrava a tal punto stile e sentimento delle opere d’arte (greche, romaniche, gotiche, rinascimentali) da giungere a concepirne varianti che potremmo definire originali. Dario Del Bufalo, che nel 2021-22 aveva curato, con Marco Horak, al Mart di Rovereto la mostra «Il falso nell’arte. Alceo Dossena e la scultura italiana del Rinascimento», ha trasferito, dalla sua collezione di 12 opere di Dossena, due tra le più sorprendenti: un’Atena Promachos (Atena che combatte in prima linea) e un gruppo scultoreo con Teseo e Antiope, entrambi capolavori di somiglianza perfetta con l’arte arcaica greca. Li aveva acquistati il Cleveland Museum of Art, ma quando nel 1927 ne venne scoperta la paternità moderna, i direttori del museo americano dovettero dimettersi e le opere vennero vendute come falsi.
«Atena Promachos» (1922 ca), di Alceo Dossena
Accanto alle opere finto arcaiche, mense in marmi policromi finto classiche. O almeno, finte in parte, perché frutto di una ricostruzione di parti a rilievo antiche, con composizioni musive che riecheggiano quelle di tanta arte romana e inserti di elementi geometrici in porfido egizio e serpentino greco, questi veramente antichi. Dario Del Bufalo li fa fare per diletto, proprio per giocare con le illusioni e le apparenze del mondo, dell’amore per l’arte, e del suo stesso mestiere di esperto di falsi e amante del vero. Folgorato quindicenne dal libro Marmora romana (1971) di Raniero Gnoli, di cui diviene in seguito allievo, quindi prima di intraprendere gli studi di architettura, Dario Del Bufalo si era cibato per tutta la vita delle suggestioni materiali e immateriali suscitate da fattezze e storia di marmi provenienti da tutto il Mediterraneo antico nelle ricche dimore del patriziato romano. Questi marmi splendenti di colore li scoprì da bambino nei terreni in cui andava a giocare, e li scambiava con gli amici, come altri facevano con le figurine. Una storia così «romana» che non poteva trovare approdo più appropriato dell’Appia Antica.

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