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La burocrazia è peggio della pandemia

Massimo Osanna, direttore generale Musei del Mibact: «Semplificare le procedure è una necessità primaria»

Massimo Osanna

Era il settembre 2020 quando Massimo Osanna arrivò a Roma dopo la nomina, in luglio, a un incarico di vertice: direttore generale Musei del Mibact. È una posizione chiave del Ministero, dalla quale dipendono tutti i musei pubblici e i parchi archeologici del Paese. In quei giorni il professor Osanna pensava ancora alla Pompei rinata che aveva lasciato, dopo sette anni da direttore e un successo pieno del suo mandato. Nonostante la chiusura al pubblico per il lockdown, anche negli ultimi mesi era riuscito a realizzare i suoi progetti.

Nuovi lavori, nuovi scavi e le clamorose scoperte nella Regio V della città sepolta. «Proprio durante la chiusura, ricorda Osanna, abbiamo fatto tutte le cose che non avremmo potuto fare in tempi normali, con la folla dei turisti. Rifatti tutti gli ingressi e i nuovi bagni per i visitatori: paradossali aspetti positivi che la tragedia aveva generato. Sono arrivato a Roma proprio nel momento in cui si pensava che il problema della pandemia si stesse risolvendo. Invece mi sono ritrovato in piena emergenza. Bisognava prima di tutto dare continuità all’azione governativa sui “ristori” e ai finanziamenti necessari: prima ai musei nazionali, poi a tutti gli altri, compresi quelli privati, ed erano migliaia. Poi c’erano gli organizzatori di mostre, le guide ecc. Abbiamo lavorato con un organico molto sottodimensionato e mancava, per di più, proprio il dirigente del “Servizio 1”, quello amministrativo, del personale e del bilancio. Una situazione di emergenza molto complessa».

Quindi il primo impatto con il suo nuovo incarico è stato duro. Forse si è pentito di aver lasciato la direzione di Pompei...
Non c’era tempo, bisognava serrare le fila per far sopravvivere i musei e tutti quelli che lavorano per loro. Questo era il primo problema, ma allo stesso tempo ho voluto capire a fondo le realtà del territorio. Il sistema museale nazionale è fatto di realtà molto disomogenee. Ci sono i musei autonomi che camminano con le loro gambe ma hanno avuto forti ripercussioni dalla pandemia, poi ci sono quelli che fanno capo alle Direzioni regionali Musei: sono realtà molto diverse.

In prima linea restano dunque i musei autonomi, i più forti, che hanno più mezzi e personale specializzato.
I musei autonomi hanno soprattutto una capacità di spesa più elastica degli altri e, anche grazie ai nostri finanziamenti, sono riusciti ad andare avanti. Ma ci troviamo di fronte alla complessità burocratica dello Stato che pesa su di noi: abbiamo la stessa difficoltà delle Direzioni regionali a spendere i fondi, costretti a sforzi enormi, sproporzionati rispetto ai risultati. Anche in questo l’autonomia favorisce i musei; per fare il bilancio e molto altro a loro basta il proprio Consiglio di Amministrazione.

Dunque sarebbe essenziale semplificare le procedure. Ma questo vale per tutte le strutture dello Stato.
Certo. A volte bisogna avere una capacità immediata di utilizzo dei fondi che richiede invece una lunga serie di passaggi burocratici e crea gravi difficoltà. Per questo a volte si sono persi dei soldi, per esempio quando si devono spendere con scadenza a fine anno. Spero che adesso qualcosa cambi, la crisi ci ha insegnato che, per affrontare qualunque tipo di emergenza, l’azione deve essere tempestiva. Semplificare le procedure è quindi una necessità primaria. C’è stato poi il problema dei finanziamenti. In questi mesi i musei autonomi sono riusciti ad andare avanti, anche se mancavano gran parte dei proventi dei grandi attrattori come Pompei, il Colosseo, gli Uffizi. Ma per tutti gli altri il normale fondo di riequilibrio del 20 per cento è stato quindi del tutto insufficiente: c’è voluto l’intervento massiccio dello Stato con i «ristori».

E come si farà a superare il 2021?
Per quest’anno è previsto un fondo di riequilibrio di 50 milioni per tutti i 40 musei autonomi. Davvero poco, anche se sono riuscito a recuperare circa 15 milioni dei fondi di competenza dell’anno scorso. Per la distribuzione di queste risorse cerchiamo di stabilire dei parametri, dei criteri che tengano conto delle diverse necessità. Sarà un anno difficile.

Durante i mesi di chiusura si è sviluppata una forte creatività nei musei, non soltanto in quelli autonomi. I nostri tesori d’arte non sono scomparsi, chiusi nelle sale, e i musei hanno cercato di restare in contatto con il pubblico: immagini, video online, visite virtuali e molte altre iniziative. Questa creatività avrà un futuro, si potrà utilizzare o addirittura sviluppare?
Un anno di pandemia ci ha fatto capire quanto sia necessario procedere rapidamente verso la digitalizzazione del patrimonio. Non si tratta solo di un catalogo dei beni: la digitalizzazione riguarda anche la creatività, la fruizione, la promozione del patrimonio. Abbiamo visto fiorire una serie di iniziative, anche in maniera disomogenea, ma tutte interessanti nello sforzo di comunicare ed essere presenti. Oggi va organizzato e sistematizzato tutto questo. Su questo sono molto ottimista. È appena uscito l’atto di indirizzo del Ministro per il 2021 e per il triennio 2021-23. La digitalizzazione sarà sempre più importante e deve avere un forte coordinamento centrale. Esiste una nuova direzione generale, la Digital Library, che assicura un coordinamento delle iniziative prima assente, con conseguenti sovrapposizioni. Vanno fatti sforzi comuni e condivisi e abbiamo per questo uno strumento straordinario che riguarda la digitalizzazione: la piattaforma del Sistema museale nazionale. È stata già avviata dal mio predecessore Antonio Lampis, insieme all’Agenzia per l’Italia Digitale. Serve a creare un ambiente virtuale comune per tutti i nostri musei, statali e non, grandi e piccoli. Per farne parte bisogna rispondere a criteri minimi di qualità che permettono di essere riconosciuti, di accedere alla piattaforma e quindi a eventuali finanziamenti. Il coordinamento generale avverrà qui da noi.

Ci sono i mezzi e il personale per far funzionare il sistema?
Abbiamo il supporto di AgID, l’Agenzia pubblica per l’Italia Digitale che ci ha affiancato finora, e una consulenza di Ibm. Questo a livello centrale. Ma bisognerà avere una dotazione organica di personale, informatico e non, che possa gestire il sistema a livello locale. La piattaforma è già attiva e la stanno alimentando proprio le periferie, i musei regionali, quelli autonomi e stiamo accreditando quelli più piccoli delle nostre Direzioni regionali. Lo scopo è creare reti di musei che lavorino concretamente insieme, che creino eventi, manifestazioni, che facciano attività. Sono realtà che possono sopravvivere solo se messe in rete. E poi, ogni museo autonomo si dovrà confrontare, deve esserci dialogo e non steccati, come a volte ho verificato, tra musei e Soprintendenze, tra musei civici e statali, ecc. Senza sistema museale e senza «reti» restiamo bloccati.

Dunque, lei dice, quello che sta accadendo è davvero un’occasione per cambiare, un salto di qualità per i nostri musei.
Finora abbiamo vissuto una ubriacatura da grandi flussi di turismo anche straniero. Forse ci siamo dimenticati che altrettanto fondamentale è il turismo di prossimità. I piccoli musei hanno senso soprattutto per le comunità che vivono in quei territori. Devono essere luoghi aperti, di incontro, non solo di esposizione di qualche oggetto che può ricordare storia e tradizione. Per rendere stabile il rapporto con questo pubblico molti musei ormai usano il sistema dell’abbonamento annuale: non cerchiamo chi entra soltanto una volta, vogliamo creare l’abitudine a frequentare le iniziative del museo. I musei stanno aprendo i propri depositi e si devono rinnovare di continuo. Abbiamo dedicato alcuni fondi proprio all’apertura e allo studio dei depositi. Anche lì serve la digitalizzazione, è fondamentale conoscere il patrimonio che si possiede. Dei depositi a volte manca perfino l’inventario, soprattutto dei beni archeologici che si aggiungono con i nuovi scavi e restano abbandonati, non studiati.

Dopo sette anni passati con successo alla direzione di Pompei, quanto di quella esperienza le è utile nel suo lavoro al Ministero?
Io credo tutto. Per me, l’aspetto fondamentale è conoscere bene le realtà territoriali. Se vuoi agire sulla trasformazione del sistema lo devi conoscere. Pompei non è soltanto un sito archeologico, è un mondo. Abbiamo appena aperto il nuovo Antiquarium. Il museo, chiuso da anni, torna ai fasti di Amedeo Majuri: recuperati gli spazi ora sono in mostra i tesori che giacevano nascosti nei depositi.

Nel settembre scorso lei aveva già fatto un’operazione simile a Castellamare di Stabia: dopo anni di incertezza e rapporti difficili con quel Comune, è stato aperto il Museo archeologico di Stabiae nella Reggia di Quisisana che si aggiunge agli altri dell’area vesuviana.
Il Comune di Castellamare ha poi collaborato con energia all’apertura del museo e prima di lasciare Pompei mi ha dato la cittadinanza onoraria.

A che punto sono i restauri della villa romana di Oplontis?

Abbiamo ridefinito il progetto per rifare tutte le coperture fatiscenti della villa e abbiamo ottenuto dal Comune di abolire la strada che la divide dallo Spolettificio, mentre si sta concretizzando con il Ministero della Difesa l’accordo per acquisire gli spazi destinati al museo.

Ha fatto passi avanti il progetto urbanistico della «buffer zone», che dovrebbe cambiare l’assetto di tutta l’area della Campania intorno a Pompei?
È un grande progetto e ci vorrà tempo. Intanto sta partendo il lavoro per l’hub di Pompei, la ferrovia che arriverà agli scavi. Dunque l’esperienza di anni in un territorio complesso è servita molto nella mia visione di questo nuovo lavoro. Ritengo fondamentale conoscere le realtà, quindi sto girando in tutta Italia come una trottola: sono già stato in Calabria, Puglia, Toscana, Veneto, Emilia, Friuli, cominciando dalle situazioni più complesse che non si è riusciti a risolvere localmente, e dunque intervengo come Direzione.

Questo mi sembra anche un forte stimolo per lei. Dopo gli anni di Pompei, con tutti i suoi complicati ma affascinanti problemi, era difficile immaginarla seduto dietro una scrivania a firmare pratiche.
Non sarebbe nel mio carattere e soprattutto penso che non si debba fare così. Il lavoro va fatto in trincea, sporcandosi le mani. Ci sono situazioni incancrenite, bloccate da decenni sulle quali sto cercando di intervenire. Un esempio: il Museo archeologico di Grado, in Friuli. Ho fatto da poco un accordo con Comune e Ministero della Difesa che da anni occupa l’edificio del museo e finalmente ha deciso di liberarlo. C’è già un gruppo di lavoro, abbiamo fatto i sopralluoghi. La situazione era davvero ingarbugliata tra inerzia, inefficienza e anche decisioni sbagliate.

Insomma, dopo aver diretto gli scavi più famosi del mondo, il nuovo lavoro le piace?
Ho la possibilità di lavorare sul «sistema» e questo è stimolante. Intanto ci sono molte cose che vanno risistemate. Prima di tutto, nel Mibact di oggi, le competenze sui luoghi della cultura restano ancora divise tra musei e Soprintendenze in modo irrazionale. Sto cercando di fare una mappa per intervenire. Per esempio: nel Parco archeologico di Cerveteri la parte recintata è gestita da noi, quella esterna, con i tumuli, dipende dalla Soprintendenza e questo rende difficile il coordinamento. È un caso tra tanti. Bisogna fare chiarezza. Cito un altro aspetto: mentre i parchi archeologici autonomi hanno competenza su tutto il ciclo della gestione, dalla tutela alla ricerca, alla conservazione, tutti gli altri dipendono dalle Soprintendenze con continue sovrapposizioni. Accade che la Direzione generale dà concessioni di scavo a istituzioni universitarie mentre sullo stesso terreno il museo fa un progetto di accessibilità per disabili.

I nuovi musei autonomi hanno cominciato a funzionare?
I direttori di tutti i musei sono stati nominati. Manca ancora chi mi sostituirà a Pompei, ma arriverà presto, entro febbraio. Dobbiamo anche indire un nuovo concorso per il Museo delle Civiltà a Roma dopo la morte del direttore Filippo Maria Gambari. Dei nuovi musei autonomi stiamo invece ancora aspettando il personale in organico.

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Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 414, febbraio 2021

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