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La Bologna di Simone Menegoi: «Qui ci si sente a casa»

Per il nuovo direttore di Arte Fiera la città e il sistema dell'arte devono continuare a crescere insieme attirando più pubblico e più investitori

Simone Menegoi. © Linda Fregni Nagler

Simone Menegoi, classe 1970, critico e curatore indipendente, già studente universitario a Bologna, lo scorso luglio è stato nominato direttore di Arte Fiera per le prossime due edizioni. Tra le sue esperienze, il coordinamento della sezione Per4m ad Artissima e le collaborazioni con il Museo Marino Marini di Firenze, la Kunsthal di Anversa, la Triennale di Milano, il Nouveau Musée National di Monaco e la Banca di Bologna.

Direttore Menegoi, qual è il suo legame con Bologna?

Ho svolto qui i miei studi universitari. Il legame con la città non si è mai spezzato: ci sono ritornato con regolarità per vedere mostre e qualche volta per curarle (negli ultimi tre anni ho curato un programma di mostre a Palazzo De’ Toschi) e per visitare Arte Fiera. Bologna è una città accogliente e inclusiva, qui mi sono sentito a casa.

Come immagina il futuro della città, quali ingredienti culturali aggiungerebbe?
Per quanto riguarda il mio specifico professionale, l’arte contemporanea, penso che la città abbia ancora molte cose da dire e molte energie da esprimere. Bologna è cresciuta significativamente negli ultimi anni su questo fronte, penso all’apertura del MAST o ad Art City, e può crescere ancora su vari fronti: gallerie private, istituzioni, fondazioni.

Ha delle preferenze in ambito artistico?
Seguo con passione le evoluzioni dell’arte presente, cerco nelle pieghe del passato prossimo, gli anni Sessanta e Settanta, artisti e opere ancora attuali o che diano indicazioni per il futuro. Mi interessa la «s-definizione», per citare Harold Rosenberg, dei media tradizionali (pittura, scultura ecc.) e la loro ri-definizione. Guardo con curiosità le evoluzioni della fotografia e del video. Ho una certa familiarità e alcuni amori nell’arte italiana degli anni Venti-Quaranta, coltivati durante la collaborazione con l’Archivio del Novecento di Claudia Gian Ferrari.

Perché Bologna è la città giusta per Arte Fiera?
È una città di medie dimensioni: abbastanza piccola da rendere facili gli spostamenti, abbastanza grande da ospitare musei, fondazioni e collezioni private importanti. Ha un aeroporto collegato con le maggiori città europee e una stazione ferroviaria tra i maggiori snodi d’Italia. È una città colta, sede della più antica università occidentale e di un’Accademia di Belle Arti attiva e vivace. È stata protagonista di momenti chiave della storia dell’arte recente, come l’iconica fotografia di Marina Abramovic e Ulay nudi l’una di fronte all’altro nel vano di un museo, scattata a Bologna nella Settimana internazionale della performance del 1977. E inoltre Bologna può vantare un’offerta gastronomica nota in tutto il mondo. Sono tutti fattori propizi.

In che condizioni è la fiera?
Arte Fiera ha una storia di oltre quarant’anni, è stata levatrice e banco di prova di generazioni di artisti, critici e galleristi italiani. Per i media generalisti e il grande pubblico è la fiera d’arte contemporanea per eccellenza; per il percorso che vogliamo intraprendere contiamo su questa storia. (Parlo al plurale perché con me lavora un team compatto e affiatato, vorrei citare almeno Gloria Bartoli, vicedirettrice). È una grande festa dell’arte (48mila visitatori nel 2018) ed è un riferimento imprescindibile per i collezionisti e le gallerie di arte italiana del XX secolo, dalle avanguardie agli anni Settanta. Ci sono gallerie presenti nelle maggiori fiere internazionali a cominciare da Art Basel. Vogliamo lavorare per mantenere questo aspetto e rafforzare al tempo stesso la presenza di gallerie del contemporaneo recente e di ricerca e dei collezionisti più interessati a questo genere. I primi risultati si vedono già: l’edizione 2019 segna il ritorno di gallerie come Monica De Cardenas, Alberto Peola, Sales e Monitor e new entry come Norma Mangione, Operativa Arte Contemporanea ed Ermes Ermes.

Come si colloca Arte Fiera sulla scena italiana e internazionale?
È connotata da una forte italianità, sia per le gallerie sia per le proposte. In un momento in cui l’establishment artistico internazionale ha scoperto l’importanza dell’arte italiana postbellica può essere un asso nella manica. Per Arte Fiera l’internazionalità può passare proprio per questa specializzazione, da coltivare, raffinare e far crescere; senza perdere di vista l’obiettivo di essere attrattivi per gallerie straniere e per il pubblico che cerca il contemporaneo di tendenza.

Come valuta le condizioni attuali del mercato e del collezionismo?
Una parte significativa di opere d’arte contemporanea viene ancora acquisita nelle fiere anziché in galleria. Siamo in un’epoca in cui i social media basati sulle immagini, a partire da Instagram, giocano un ruolo sempre più importante nella formazione del gusto e nella determinazione degli acquisti. Il collezionismo è sempre più cosmopolita e in parte globalizzato.

Com’è il rapporto con Art City e con Lorenzo Balbi, ora direttore artistico del MAMbo? 
Balbi è un collega che stimo e con il quale ho un dialogo ininterrotto e proficuo. Lavoriamo di concerto per realizzare a Bologna una vera e propria art week in cui tutti gli eventi e le mostre che si affollano in città, nei giorni della fiera e precedenti, trovino una visibilità individuale e una coordinazione generale.

Stefano Luppi, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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