La Biennale di Lione svela la forza della fragilità

Distribuite in 12 sedi cittadine, le opere di 84 artisti (Giulia Andreani l’unica italiana) sono un «Manifesto of Fragility», intesa non più come una debolezza bensì una presa di coscienza su noi stessi

«We Were the Last to Stay» (2022) di Hans Op de Beeck
Cristina Beltrami |  | Lione

Giunta alla XVI edizione la Biennale di Lione è oggi guidata da Isabelle Bertolotti, torinese di nascita e di formazione. A lei si deve la scelta, nel 2019, dei due curatori, Sam Bardaouil e Till Fellrath, responsabili anche del Padiglione della Francia all’attuale Biennale di Venezia e dell’Hamburger Bahnhof di Berlino. Scorrendo la lista degli 84 artisti presenti balza all’occhio l’ultima riga che segnala alcuni «anonimi». Un’anomalia rispetto ai meccanismi espositivi dell’arte contemporanea che presto però si comprende nello svolgersi del percorso di mostra costruito in uno strettissimo legame con la storia, anzi con le storie e le collezioni lionesi.

Raccolte curiose e spesso poco note ma profondamente radicate nella realtà cittadina, come i dipinti appartenenti al Museo des Hospices Civils de Lyon (molti per l’appunto di anonimi) sono presentati accanto a «Paperwork and Will of Capital», una serie di fotografie di Taryn Simon (New York, 1975) con la quale l’artista, fin dal 2015, approfondisce una riflessione sulla politica internazionale attraverso i bouquet al centro delle tavole del potere. Appartengono alla stessa collezione lionese anche alcuni calchi che completano l’installazione di Markus Schinwald (Salisburgo, 1973): il suo «Panorama» (2022) è una sorta di hortus conclusus dentro al quale l’artista ambienta i suoi dipinti di battaglia, un universo di distorsioni barocche e trabocchetti visivi.

Provengono invece dal Musée des Moulages dell’Università Lumière di Lione i 25 gessi esposti in infilata di fronte all’ampia installazione di Lucia Tallová (Bratislava, 1985), per un’indagine condivisa sulla fragilità della memoria: l’artista slovacca abbina legno, fotografie, sculture in pigmento, dipinti a inchiostro in un insieme che trasmette un profondo senso di inafferrabilità. La panoplia di gessi invece, materiale quanto mai friabile e sensibile, riflette sul senso stesso di queste sculture, nate come strumento per preservare la memoria e l’esemplarità del modello antico.
«Panorama» (2022) di Markus Schinwald
È su questo gioco degli opposti e dei paradossi che si tiene buona parte delle opere presenti in questo «Manifesto of Fragility». Una mostra che, come dice il titolo stesso, quasi con intento normativo, detta nuove regole rispetto al concetto di «fragilità»: non più da intendersi come sinonimo di debolezza ma piuttosto come una grande conquista, una presa di coscienza su noi stessi.

Un tema svolto con grande coerenza da questa Biennale e differentemente riconoscibile in tutte le sue 12 sedi, che sia la fragilità del nostro quotidiano, ormai dipendente dalle tecnologie, raccontata in «Virgo», una struttura modulare realizzata da Pedro Gómez-Egaña (Bucamaranga, 1976) o che assuma le forme di creature immerse in una realtà di guerra per Sylvie Selig (Nizza, 1941). Sempre alle Usines Fagor, Dana Awartani (Djeddah, 1987) replica in argilla la pavimentazione della corte della Grande Moschea di Aleppo, pesantemente danneggiata dalla guerra civile siriana.

Opere monumentali che necessitano delle dimensioni post industriali di questi capannoni dove un tempo si producevano elettrodomestici e oggi sono divenuti spazi espositivi dalle cubature eccezionali, abitati dai «Growths» di Eva Fàbregas (Barcellona, 1988), immense sculture gonfiabili, simili a escrescenze rosa, appese alle travi del soffitto in un gioco di opposti che sottolinea i limiti della resistenza dei materiali stessi.

Immenso è anche il lavoro di Hans Op de Beeck (Turnhout, 1969) che in «We Were the Last to stay» (2022) mette letteralmente in scena lo spaccato di un’area residenziale dove tutto pare essersi fermato, pietrificato da una coltre grigia come in una moderna Pompei. L’immenso memento mori dell’artista belga è solo uno dei 50 progetti commissionati specificatamente da questa Biennale e che ha uno dei momenti più spettacolari e incisivi nel cuore del Museo Guimet, «invaso» dall’articolata installazione di Ugo Schiavi (Parigi, 1987). Mescolando video, vetrine rotte, vegetali e fossili, l’artista francese con «Grafted Memory System» propone un’archeologia del futuro di un mondo, il nostro, che in realtà è già a pezzi.
«Growths» (2022) di Eva Fàbregas
È proprio al Musée Guimet dove il rapporto tra opera e luogo è più stringente: dove gli spazi dismessi da anni assumono le sembianze di una cattedrale sconsacrata. Le vetrine del ballatoio diventano la quinta ideale per la serie di dipinti, a grafite e di raro virtuosismo, di Zhang Yunyao (Shanghai, 1985) quanto per l’installazione mix-media di Lucile Boiron (Parigi, 1990), che svela una nuova forma di sensualità.

Vi è un sottile filo legato al sogno e all’inatteso che sottende questa Biennale; un senso d’illusione che diviene pressoché letterale con Tarik Kiswanson (Halmstad, 1986) che sradica gli oggetti dal proprio contesto, le vetrine del museo stesso in questo caso, sospendendole al soffitto in un dialogo all’apparenza impossibile con le forme sideree della propria scultura.

La volontà dei curatori di creare delle sorti di «capsule narrative» si manifesta in tutta la sua evidenza nella sede del MACLyon, dove la loro vasta ricerca in archivi e depositi traccia una linea diretta tra Lione, le sue tradizioni, in primis quella della produzione della seta, e il Libano. La figura cardine di questo ragionamento è Louise Brunet, la leggendaria filatrice e ribelle vissuta all’inizio del XIX secolo che, dalla Francia sarebbe giunta sino alle tessitorie di Mount in Libano, creando così un nesso anche con la mostra allestita ai piani inferiori e interamente dedicata all’arte libanese a partire dagli anni Sessanta.

Alcuni artisti si ritrovano in più sedi e volutamente con opere subito riconoscibili, portando il visitatore a un’inevitabile riflessione sull’importanza del contesto.
Unico nome italiano di quest’edizione, a parte un bel Carlo Portelli, è quello della veneziana Giulia Andreani: pittrice figurativa i cui acrilici a monocromo danno voce ai dimenticati, appunto ai più fragili della storia.

L’invito dell’imponente mostra lionese è dunque a guardare alla vulnerabilità come un’occasione, come una maniera per vivere il presente con maggior consapevolezza e guardare al futuro con una sensibilità matura.
«Surge» (2022) e «Becoming» (2022) di Tarik Kiswanson

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