LA BIENNALE CHE SARÀ | Una bussola per orientarsi tra Giardini e Arsenale

Introduzione ai temi e alla struttura della 59. Esposizione Internazionale d’Arte

Jane Graverol, L’École de la Vanité, 1967. Photo Renaud Schrobiltgen. Collection Anne Boschmans. Courtesy Schirn Kunsthalle Frankfurt. © SIAE. Elle Pérez, Petal, 2020_2021. Courtesy the Artist; 47 Canal Ovartaci, «Untitled» Courtesy Museum Ovartaci
Jenny Dogliani |  | Venezia

«Femmina, umana, animale». Così si definiva Leonora Carrington, artista e scrittrice surrealista inglese, nata a Lancaster nel 1917, scomparsa a Città del Messico nel 2011 (legata a Max Ernst da un’intensa e tormentata storia d’amore dal 1937 al 1940). È lei, con il suo racconto illustrato The Milk of Dreams (Il latte dei sogni), la musa ispiratrice della 59. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, diretta da Cecilia Alemani, allestita nei Giardini e all’Arsenale dal 23 aprile al 27 novembre.

Nella mostra centrale, espongono 213 artisti da 61 Paesi e per la prima volta, nella ultra secolare storia della Biennale, la maggioranza sono donne e soggetti non binari; 180 sono gli artisti al loro debutto in Laguna, 26 gli italiani e le italiane, 1.433 le opere esposte, 80 le nuove produzioni.

Nel percorso espositivo prende forma «una nuova definizione di umano, non dissimile da quanto aveva immaginato Leonora Carrington», spiega la direttrice. Le misteriose, fantastiche e metamorfiche creature disegnate da Carrington, inizialmente sulle pareti della cameretta dei suoi bambini, sono il distillato di un universo inconscio, onirico e irrazionale, mutevole e a tratti spaventoso. L’immagine profetica di una mostruosità latente in un mondo disorientato che, preda della paura e di innate pulsioni distruttive, rischia di scivolare da una pandemia a una guerra dall’impatto mai visto prima.

Benigna e maligna è la natura umana, ciclica la storia. Cecilia Alemani lo sa. Per questo guarda alla creatività contemporanea attraverso la lente dell’Otto e Novecento, include nella mostra correnti filosofiche e di pensiero dal Positivismo alla fine dell’Antropocentrismo, dallo Spiritismo alla Cibernetica, dal Femminismo al Post umano e al Post gender, e propone un confronto tra artisti del presente e artisti del passato appartenenti ad alcuni movimenti fondamentali per la storia dell’arte moderna e contemporanea: Dadaismo, Futurismo, Bauhaus, Surrealismo internazionale, Arte programmata e cinetica, Poesia visiva, Harlem Reneissance, Negretude, Cyberpunk.

Tra i modelli di Alemani la Biennale del 1948, la prima a proporre una rivisitazione delle avanguardie europee, da cui rimase però escluso il Dadaismo. Il visitatore post pandemico, accompagnato dagli spettri della guerra fredda e dalla ritrovata certezza che non esistono certezze e che il passato non è mai passato del tutto, inizia un viaggio in una dimensione temporale asincrona.

Il percorso si sviluppa attraversando cinque «capsule del tempo», con opere (alcune in prestito da musei), oggetti e documenti, in un allestimento concepitio da concepito da Formafantasma, uno studio di design fondato nel 2009 da Andrea Trimarchi e Simone Farresin. Ad accogliere il visitatore è il Surrealismo internazionale, da quello di Leonora Carrington, sopra descritto, e Leonor Fini, algida espressione di una trascendenza quasi mitica, a quello erotico e tormentato di Carol Rama.

Il rapporto tra corpo e tecnologia è una delle costanti, dai dipinti della svedese Ulla Wiggen, che alterna raffigurazioni di circuiti integrati a particolari del corpo umano, ai lavori di Grazia Varisco e Dadamaino, che fanno della superficie pittorica uno schermo e una membrana anticipando temi dell’era digitale. In questa continua oscillazione tra logica e inconscio, tra umano, bestiale e tecnologico, si collocano la Poesia visiva e concreta di Mirella Bentivoglio e Giovanna Sandri, gli esperimenti di automatismo e scrittura medianica di Eusapia Palladino, Georgiana Houghton e Josefa Tolrà, i reticoli metallici della 29enne sudafricana Bronwyn Katz.

L’ibrido bestiario di Paula Rego, fusione di forme umane e animali, apre la strada a nuove possibilità di convivenza con altre specie, come il video della giovane lituana Egle Budvytyte, con un gruppo di giovani perso nelle foreste, e di Zheng Bo, esempio di vita in totale comunione con la natura. Le sculture sospese della modernista americana Ruth Asawa diventano un nuovo ecosistema in cui germinano le creature «tribali» di Tecla Tofano, o il grande labirinto di terra della 50enne colombiana Delcy Morelos, ispirato alle cosmologie delle popolazioni andine.

Ma imboccata la strada della riconversione green, di un ritrovato equilibrio che segni la fine dell’antropocentrismo, ecco affacciarsi la figura del cyborg, con cui la mostra si chiude. La minaccia nucleare, la necessità di riaprire le centrali a carbone riportano prepotentemente alla ribalta le contaminazioni tra umano e artificiale della dadaista Elsa von Freytag-Loringhoven, i corpi rammendati della scultrice estone Anu Poder, i robot dipinti di Kiki Kogelnik, prefigurando un futuro in cui la presenza umana è sempre più evanescente.

BIENNALE DI VENEZIA

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