La bellezza botticelliana è senza tempo

Al Mart le risonanze contemporanee di Botticelli e il fascino per Raffaello di Dalí, de Chirico e Picasso

Sian Davey, «After the swim»
Camilla Bertoni |  | Rovereto (Tn)

Si entra come in un Pantheon dove de Chirico e Dalí dialogano con l’«Autoritratto» di Raffaello. La fascinazione di Dalí per Raffaello è nota, e in fondo l’antefatto di questa mostra al Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, è stato il prestito della «Madonna delle rose» di Raffaello da parte del Prado alla Fundació Dalí di Figueres nel 2018.

Da sempre dichiarata anche l’ammirazione di de Chirico per Raffaello, ma la mostra «Picasso, de Chirico, Dalí. Dialogo con Raffaello» (fino al 29 agosto), ideata dalle curatrici Beatrice Avanzi e Victoria Noel Johnson, mette in campo confronti diretti e va oltre in questa indagine, disvelando nuove connessioni. Ad esempio mettendo in luce non solo quanto «Guernica», come già noto, citi «L’incendio di Borgo» delle Stanze Vaticane, ma quanto anche «Parade» ne sia debitrice.

E questo anche se Picasso negò, di fatto negando il «mito Raffaello», di essere stato nelle Stanze durante il suo viaggio italiano del 1917, visita della quale sono invece testimoni Enrico Prampolini e altri. L’«Incendio» è presente in fotoriproduzione in mostra, così come lo «Sposalizio della Vergine» di Brera che de Chirico definiva «il quadro più profondo e più completo di tutta la pittura», mentre la Copia della Scuola di Atene proviene dalla collezione personale di Ingres.

Mostra puntuale e filologica (un centinaio di opere a confronto con disegni, scritti autografi e riviste d’epoca), più di quanto avrebbe fatto, ammette, lo stesso Vittorio Sgarbi, presidente del Mart, che all’esposizione, per sua scelta, si limita ad aggiungere una riproposizione del perduto «Spasimo di Sicilia» di Weiner Vaccari e i d’après di Lino Frongia.

Un’esposizione che si inserisce nel programma da lui voluto di «confronti, scrive, tra il moderno e il contemporaneo», che prosegue con la seconda mostra inaugurata al Mart alla quale si mormorava l’arrivo dell’ormai irrinunciabile Chiara Ferragni a fare da calamita per le giovani generazioni, ruolo sdoganato da Eike Schmidt, ideatore insieme a Sgarbi di «Botticelli. Il suo tempo e il nostro tempo».

Alessandro Cecchi cura la prima sezione, dove accanto a opere di Botticelli, si compone il panorama del suo tempo con Filippo e Filippino Lippi, Verrocchio, Pollaiolo. Occasione per vedere riuniti diversi capolavori tra cui la «Venere» della Galleria Sabauda, «Minerva e il centauro» degli Uffizi o il «Compianto» del Poldi Pezzoli in una sede inconsueta.

Ma anche, nella seconda sezione a cura di Denis Isaia, di vedere «come l’opera risuona nel XX e XXI secolo, spiega il curatore. Il momento di maggior fortuna di Botticelli, per logiche ragioni esplode in Italia negli anni della Pop art, quando, con Michelangelo e Leonardo, Botticelli va a costituire la triade di universale popolarità. Oltre a Pistoletto e Guttuso, tra gli altri, troviamo quindi Cesare Tacchi, Giosetta Fioroni e un lavoro di Ceroli del ’64 che sta metà tra la citazione di Botticelli e quella cinematografica da “Goldfinger”.

Grande attenzione,
conclude Isaia, è stata data anche al cinema, a partire dallo 007 di “Dottor No”, con Ursula Andress che esce dalle acque come una Venere di Botticelli. Botticelli insomma è l’asse attorno a cui nel ’900 ruota il concetto di bellezza». Prorogata al 29 agosto, infine, «Giovanni Boldini. Il piacere».

© Riproduzione riservata Giorgio de Chirico, «Il saluto degli argonauti partenti»
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