L’uomo che censisce la censura

Tatxo Benet, fondatore della televisione della Catalogna, colleziona opere messe al bando per i loro contenuti

Roberta Bosco |

Josep María Benet Ferran (1957), più noto come Tatxo Benet, giornalista, editore e produttore televisivo, è una delle persone che hanno scritto la storia dei mezzi di comunicazione spagnoli e poi catalani come fondatore di TV3, la televisione della Catalogna. Indipendentista convinto, ha da poco inaugurato a Barcellona Ona, una libreria dedicata alla letteratura in catalano, ma il suo nome è andato in prima pagina quando ha comprato l’opera di Santiago Sierra, «Prigionieri politici nella Spagna contemporanea», ritirata dalla fiera ARCOmadrid 2018 con un grave episodio di censura. Iniziava così «Censored», una collezione dedicata alle opere censurate nel mondo.

«In realtà questa collezione è nata due volte. La prima con le fotografie pixelate dei prigionieri politici spagnoli di Santiago Sierra, che avevo comprato un’ora prima che fossero censurate. Non è stata, come si è detto, una reazione al nuovo attacco dello Stato spagnolo alla democrazia. La reazione così superficiale dei mezzi di comunicazione che confondono arte e indipendentismo mi ha davvero infastidito e mi ha fatto ricordare tutte le opere recentemente censurate a Barcellona. La scultura di Ines Doujak, che rappresenta l’ex re Juan Carlos (ora volontariamente esiliato negli Emirati Arabi) sodomizzato dalla sindacalista boliviana Domitila Barrios, che a sua volta è sodomizzata da un animale, parla dei rapporti tra Spagna e America Latina, ma ha provocato la caduta di tutta la governance del Museo de Arte Contemporáneo de Barcelona (Macba). L’immagine del torero José Antonio Morante come Salvador Dalí o la foto di un torero, vincitrice del World Press Photo, sono state proibite dal sindaco di Barcellona perché evocavano il mondo delle corride, ma essere contrari alle corride non legittima la censura. Poi la collezione ha preso davvero forma quando in Francia ho trovato «Silent Bleu»‚ di Zoulikha Bouabdellah, un’installazione che parla della condizione delle donne musulmane, unendo tappeti da preghiera e vertiginosi tacchi a spillo. L’opera doveva essere esposta a Parigi, ma data la tensione dopo gli attentati vennero fatte pressioni sull’artista convincendola ad autocensurarsi. Questo acquisto fu un passo importante: non era più qualcosa che mi coinvolgeva direttamente, ma un problema universale. Così ho riunito più di cento opere proibite in tutto il mondo e per motivi diversi, di artisti consacrati come Tàpies, Ai Weiwei, Picasso, Andrés Serrano o León Ferrari, ma anche giovani come Eugenio Merino o Núria Güell e Levi Orta.

La collezione comprende anche alcune opere che raccontano o denunciano la censura…
Sì, sono poche e hanno una relazione diretta con la censura o le pressioni sugli artisti. Nel caso di Joan Fontcuberta, l’opera fa parte di una serie di fotografie che evidenziano l’azione della censura su testi conservati in biblioteche di tutto il mondo. La replica del Partenone che Marta Minujín realizzò per celebrare il ritorno della democrazia in Argentina nel 1983, di cui possiedo la fotografia, fu costruita con 100mila libri censurati, di cui 20mila proibiti durante la dittatura militare (una versione monumentale è stata esposta a Documenta a Kassel nel 2017, Ndr). L’opera di Daniel García Andújar conferma invece che Picasso fu sorvegliato per anni dall’Fbi.

Comprerà anche opere censurate nel passato?
«Censored» si concentra sull’arte contemporanea, anche se comprende una prima edizione de «I Capricci» di Goya del 1799. Quando me l’hanno offerta, ho riflettuto molto. Poi l’ho comprata come punto di partenza per ricordare che ciò che accadeva più di 250 anni fa continua a succedere.

Non le sembra assurdo che si continui a parlare di censura nell’epoca di internet e dei social network? Non crede che sia destinata a provocare l’effetto contrario? «Not Dressed for Conquering» di Ines Doujak prima del Macba di Barcellona era già stata esposta in altri Paesi, ma nessuno aveva riconosciuto il re e l’opera era passata indenne...
I musei possono essere molto progressisti, avanzati e liberali in senso artistico, ma in realtà sono diretti e finanziati da conservatori. All’epoca delle polemiche sull’opera di Ines Doujak il patronato del Macba era presieduto dalla regina Sofía. Chi ha deciso di eliminare l’opera voleva farla felice e salvare la sua reputazione. Nella collezione ho anche le foto di Mapplethorpe sul sadomasochismo che nel 2018 sono state ritirate da una mostra alla Fondazione Serralves di Porto contro la volontà del direttore João Ribas, che si è poi dimesso. I consigli di amministrazione dei musei non li considerano centri d’arte, ma strumenti per attirare il turismo e agiscono di conseguenza. Quest’estate un signore mi si è avvicinato e simpaticamente mi ha detto: «Io sono quello che ha censurato l’opera di Arco», tutto soddisfatto di aver calpestato il rispetto per l’arte, le idee e la libertà. Sono rimasto senza parole.

Lei ha creato progetti diretti a rafforzare l’identità catalana e la coesione della sua società. Questo sentimento di appartenenza è molto forte nel teatro, nella letteratura, nel cinema, ma molto meno nelle arti visive...
Non si tratta di fare l’apologia dell’arte catalana, ma bisogna prestare attenzione e appoggiare l’arte locale. La prima mostra di Jaume Plensa nel Macba è stata lo scorso anno, io la sua prima opera l’ho comprata vent’anni fa! L’élite conservatrice che dirige i musei teme il catalanismo, vogliono essere cosmopoliti e credono di esserlo rifiutando l’arte catalana. È un errore che rivela tutto il loro provincialismo. È come se un museo di Torino si vergognasse di esporre Pistoletto.

Freemuse, organizzazione internazionale che difende la libertà d’espressione artistica, colloca la Spagna al terzo posto, solo dietro a Egitto ed Etiopia, per numero di autori indagati. Ci sono scrittori, attori e musicisti, ma dove sono gli artisti visivi?
Quando Arco ha censurato Santiago Sierra, dei 1.300 artisti presenti alla fiera solo uno ha reagito: Pere Llobera ha preso le sue opere e se n’è andato. Ogni volta che ci opponiamo alla censura, contribuiamo alla costruzione di una società più libera, perché un censore non solo impedisce l’accesso del pubblico a un’opera, ma stabilisce dei limiti, sta dicendo a tutti gli artisti che cosa possono o non possono fare. Quando il potere limita la libertà dell’artista, limita la libertà di tutti noi.

Quali saranno le sue prossime acquisizioni?
Stiamo comprando due opere. Una di Philip Guston, uno dei grandi esponenti dell’Espressionismo astratto, sul Ku Klux Klan che avrebbe dovuto essere esposta in una rassegna itinerante in musei come la National Gallery di Washington e la Tate di Londra, posticipata fino al 2024 per timore che le immagini fossero fraintese dalla comunità afroamericana. Autocensura o paternalismo? L’altra è uno dei fotomontaggi erotici di Pierre Molinier, che il sindaco di Bordeaux, la sua città natale, ha rifiutato di esporre (già nel 1965 Breton non accettò di includere «Oh!... Marie, mère de Dieu» nell’Esposizione Internazionale del Surrealismo perché era troppo pornografica, Ndr). Sono opere che ci impongono un esercizio di tolleranza: non tutte ci piaceranno, alcune saranno addirittura contrarie ai nostri valori, le troveremo volgari e persino inaccettabili, ma lasciamo che la tolleranza segni la nostra esperienza vitale ed estetica. Come decretò nel 1971 una celebre sentenza del Tribunale Supremo degli Stati Uniti, ciò che per alcuni è volgarità per altri è poesia. Si stabiliva così un criterio di base per la libertà d’espressione: nessuno ha il diritto di fissare il canone del buon gusto, né di ciò che è inaudito o inaccettabile. Tolleranza e rispetto sono fondamentali per la convivenza.

Ha intenzione di aprire uno spazio permanente per «Censored»?
Stiamo cercando uno spazio adeguato, mentre continuiamo a organizzare mostre temporanee parziali, perché ogni opera ha una storia alle spalle… drammatica, ridicola, vergognosa, proprio come lo è la censura. Questa sede, oltre a essere l’epicentro della collezione, sarà anche uno spazio per la ricerca e la documentazione. Ogni anno produrremo un rapporto annuale sullo stato della censura nelle arti visive realizzato con la collaborazione del pubblico. In questo senso, «Censored» lancerà presto un sito web che, oltre a documentare tutte le opere, sarà uno spazio interattivo e uno strumento per denunciare casi di censura culturale nel mondo. Intanto organizziamo mostre ed eventi nella Libreria Ona. Ora stiamo preparando un progetto con Joan Fontcuberta, noto per smascherare le manipolazioni dell’immagine.

Che cosa significa l’arte per lei?
Al di là di «Censored», compro arte da più di vent’anni. L’arte è l’espressione primaria e più intima dell’essere umano e quindi sicuramente la più sincera. Poter convivere con opere d’arte che ti piacciono ti riempie la vita, oltre al valore di denuncia e all’espressione di idee e di sentimenti. Richiede meno sforzo e meno tempo che leggere un libro, ma implica una volontà intellettuale e una maggiore apertura mentale. Un’opera d’arte trasmette sentimenti e sensazioni e questo è ciò che la rende così importante.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Roberta Bosco
Altri articoli in PERSONE