L’universo artistico del fumetto in mostra

Sono sempre più i musei che accolgono nei loro spazi tavole di fumetti e ne celebrano gli illustratori, ridando dignità d’arte a una disciplina spesso marginalizzata

Hugo Pratt e Corto Maltese, performance, 1993. © Performance e foto Elisabetta Catalano
Stefano Salis |

Non è questione di classifiche, o di superiorità di un tipo di arte rispetto a un’altra. La vicenda ha a che fare con la percezione, con i «maledetti muri» che abbiamo nella testa, ma anche, più banalmente, con la cultura nella quale siamo cresciuti socialmente e intellettualmente. È un istinto che ci viene da secoli di frequentazione e abitudine, anche mentale, nell’attribuire valore a ciò che sta nei musei: e se nei musei si finisce per vedere sempre le stesse cose, si finisce per credere che debba essere così.

Invece no. Semplicemente, molto più semplicemente, si tratta di cogliere la bellezza dove si manifesta: sia un quadro, una scultura, un vetro, un arazzo, un abito, un attrezzo, un oggetto, un disegno o una illustrazione. Ecco, sembra che sia giunto finalmente il momento di ridare dignità d’arte (con la maiuscola) a una serie di discipline e metodi che molto spesso sono espunti e squalificati dall’accesso ai luoghi deputati dell’arte. Così, se improvvisamente vi mettete a guardare un semplice calendario di mostre in giro per l’Italia e l’Europa non potete fare a meno di notarlo.

Intanto: un grande personaggio del mondo dell’arte come Saul Steinberg (davvero un irriducibile) tiene banco in una sontuosa mostra alla Triennale di Milano (una città che gli doveva un omaggio, e va dato atto alla triade Stefano Boeri-Electa e i curatori della mostra, Marco Belpoliti, Italo Lupi e Francesca Pellicciari di avere mantenuto una promessa per troppo tempo inevasa) e, in minori dimensioni, al Pompidou di Parigi.

Un altro, che ha evidenti affinità, come Tullio Pericoli, ha l’onore di vedere il suo lato pittorico rappresentato al Palazzo Reale di Milano (ma non si può dimenticare che l’arte di Pericoli passa anche attraverso le illustrazioni, parola che lui odia, ma che invece proprio lui ha contribuito a rivestire di una dignità ulteriore e ricca), una giovane e bravissima illustratrice (senza paura della parola) come Olimpia Zagnoli ha avuto fino al 28 novembre una sua prima, grande, retrospettiva a Reggio Emilia.

E si potrebbe continuare per molto: Mattotti, Micheluzzi a Trieste, Altara e Accornero a Nuoro, il più grande di tutti, Hugo Pratt e il suo Corto Maltese a Genova (Palazzo Ducale, fino al 20 marzo), e, per altri versi, di Depero New Depero al Mart, che di limitarsi non ne voleva sapere, fino a finire, che so, al Gulbenkian di Lisbona, che fino al 10 gennaio accoglie Hergé e Tintin nell’ala contemporanea.

Si tratta con tutta evidenza, della ri-definizione di un registro: certo, episodi, modi e metodi sono diversi, per capacità, riuscita, profondità: eppure restituiscono una dimensione di raggiunta (quasi) acquisizione del loro statuto artistico, senza ulteriori specificazioni. Sarebbe ora che anche la critica più raffinata (volete una spinta gentile? Fu Federico Zeri a definire Steinberg «un genio»: e non si può certo dire che non sapesse che cosa sia arte e cosa no) si svegliasse dalla comodità delle certezze avute o, forse, dalle idee ricevute.

In una sola riga: ci sono musei pieni di pittori di secondo piano, per non dire di piani più bassi, che accolgono senza problemi quadracci solo perché sono oli su tela, mentre non prenderebbero mai in considerazione una tavola di fumetto, seppure sublime. Sarebbe ora di finirla. Chi vede Corto Maltese, lo ha letto, o solo lo rimembra, non può negare al personaggio lo statuto di letterarietà. Non dico che il fumetto di Pratt sia un romanzo (sono due specificità diverse), ma certamente ha molta più dignità di romanzetti di quart’ordine che invadono le librerie, vincono premi, cercano di entrare nel canone. Discorso lungo, che speriamo di avere, succintamente, inquadrato.

E dunque se Olimpia Zagnoli risplende a Reggio Emilia nel suo essere «Caleidoscopica» e coloratissima, il segno scarno di Steinberg è un perfetto contraltare; se Pratt evoca con pochi segni un mondo che sta stabilmente in un altrove che l’Occidente sogna e segna da sempre, Hergé mette in fumetto un modo di raccontare che prende una grandezza di narrazione che cattura e affascina.

Nel soffermarci (e qui non lo possiamo fare nel dettaglio, ma senz’altro possiamo incoraggiare a frequentate maggiormente questi territori di spesso inesplorata bellezza: e si aggiunga qui la produzione della grafica, anche commerciale, talora capace di vette eccelse) solo sulle mostre in corso in questi mesi, non possiamo che riprendere un discorso che sta a monte del modo in cui vediamo e concepiamo l’arte.

Prendiamo solo due esempi. Zagnoli e Pratt. La prima, in una esposizione (a cura di Melania Gazzotti) dipana un discorso sul suo inconfondibile tratto che è declinato in disegni, stampe, neon, tessuti, sculture in ceramica, legno e plexiglas e oggetti di uso comune. Si tratta, con tutta evidenza, di portare alla luce come la versatilità del suo stile si possa applicare con eguali risultati di festosità cromatica, idea creativa, proposizione di soluzioni anche oggettuali ai linguaggi delle arti visive, del design e dell’editoria. Nelle sale del museo, l’ambiente immersivo racconta la complessità dell’universo creativo dell’artista e le sue fonti d’ispirazione, che spaziano dalla storia dell’arte a quella del design e della grafica.

La stessa cosa si può dire di Pratt. Qui il discorso si fa più ristretto, alla sola presenza, diciamo così, dell’arte del maestro di Malamocco, alla forza della pagina stampata. Un mezzo di comunicazione che, nel secondo dopoguerra, italiano e internazionale, ha costituito una vera rivoluzione dello sguardo e, insieme, del modo di concepire e narrare le storie.

Non è un caso che un fine interprete di Pratt sia stato Umberto Eco, il più aperto dei nostri intellettuali a cogliere le novità della rappresentazione. Allo stesso modo nel quale sapeva vedere quali fossero le categorie da tenere in considerazione per l’arte medievale (di qui l’interesse per gli specchi, la luce delle vetrate policrome, le miniature), Eco aveva saputo leggere nei «cartoons» una prospettiva d’artisticità affatto contemporanea: ed è quello lo sguardo da avere. Se poi avete tra le mani, letteralmente, le campiture, i tagli, i visi, di Corto Maltese non potrete che essere d’accordo.

Nei disegni, nelle storie, nella stessa filosofia di Pratt c’è un universo artistico che esula di molto dalla definizione che di sé medesimo aveva dato: «fumettaro». Di nuovo, non per attribuire patentini di artisticità alle parole e ai mezzi, ma per dire che, nel suo campo, Pratt è uscito ampiamente dai confini. Corto Maltese, personaggio letterario tra i maggiori della recente storia narrativa italiana, è un territorio del desiderio che dialoga direttamente con i classici dell’avventura (da Conrad in giù) ma non disdegna mai lo specifico del genere, ivi comprese stregonerie, storie bizzarre, qualche episodico sconfinamento nel misterioso e nell’esoterico vero e proprio. Una grandezza, quella di Pratt, che nel segno e nella sostanza, non viene negata ormai da nessuno.

E se poi avete ancora voglia di stupirvi e documentarvi, per esempio, non fatevi sfuggire l’ultima fatica di uno studioso attento e appassionato dei nostri illustratori, Santo Alligo. Ha alle spalle anni di indagini sui grandi copertinisti del Novecento (su tutti Pintér), su autori di notevole valore (Battaglia, Micheluzzi, Enrique Breccia ma anche Antonio Rubino o Duilio Cambellotti), sui maestri della matita, insomma. Ora ha radunato 100 illustratori italiani dal primo Novecento ai giorni nostri. E ha «santificato» quei nomi e quei lavori in una formula originale. Una breve nota biografico-artistica di ciascuno, una grande immagine e altre più piccole a corredo. È un repertorio di grandissimo fascino (in edizione a tiratura limitata, per collezionisti e commerciale con Little Nemo): e rende i nostri occhi più felici, pieni, sorpresi e grati. Perché sarà bellissimo ammirare i grandi maestri della pittura e del colore, ma perché negarsi la gioia di altri mondi e altri modi di vedere e assaporare, la bellezza?

Come dice Tullio Pericoli in Storie della mia matita (Edizioni Henry Beyle), in effetti in principio fu il segno. Quel tizzone ardente, capace di lasciare un segno, una linea, un tratto sulla parete di una caverna è il primo passo di ciò che ci rende umani: la  possibilità di rendere visibile la nostra presenza, di astrarla dalla natura, di pensarci esseri capaci di provare emozioni non solo per ciò che è ma per la sua rappresentazione. In qualsiasi modo lo si possa fare.

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