L’umanesimo dei banchieri alle Gallerie d’Italia

Dai Medici ai Rothschild: sono molti i grandi finanzieri della storia che sanno usare l’arte come un potente strumento di riscatto

«Ritratto di Luigia Vitali Mylius Vigoni» (1832), di Francesco Hayez (particolare). Loveno di Menaggio (Co), Villa Vigoni-Centro italo-tedesco per il dialogo europeo. © Archivio Fotografico Villa Vigoni
Ada Masoero |  | Milano

I più famosi e celebrati della storia occidentale restano i Medici, Cosimo il Vecchio (1389-1464) e il nipote Lorenzo il Magnifico (1449-92), ma dopo di loro sono stati numerosi i grandi banchieri che, tra Italia, Mitteleuropa e Stati Uniti, hanno messo le loro ricchezze al servizio delle arti, segnando in profondità la storia del collezionismo e del gusto. A loro è dedicata la mostra «Mecenati, collezionisti, filantropi. Dai Medici ai Rothschild», curata da Fernando Mazzocca e Sebastian Schütze, con il coordinamento di Gianfranco Brunelli, presentata dalle Gallerie d’Italia-Milano dal 18 novembre al 26 marzo.

Realizzata con Alte Nationalgalerie-Staatliche Museen zu Berlin e Musei del Bargello e con la Soprintendenza milanese, la rassegna riunisce 120 opere dal XV al XX secolo, convocate dai maggiori musei e collezioni private internazionali, opera (tra gli altri) di Verrocchio, Michelangelo, Bronzino, Caravaggio, Valentin de Boulogne, Antoon van Dyck, Francesco Hayez, fino ai Morandi (uno dei quali inedito) e ai Manzù e i Guttuso raccolti, e promossi nel mondo, da Raffaele Mattioli, il «banchiere umanista», che dal vertice della Banca Commerciale Italiana tanto contribuì alla rinascita postbellica dell’Italia.
«Cristo davanti a Caifa» (1617 ca), di Gherardo delle Notti (Gerrit van Honthorst). Londra, The National Gallery. © The National Gallery, London
«Attenzione però, avverte Fernando Mazzocca, i protagonisti della mostra sono stati sì dei grandi collezionisti ma erano anche e soprattutto dei mecenati, perché quasi tutti loro vollero condividere con la collettività i loro tesori, donati da loro stessi ai musei o museificati alla loro morte, quando non raccolti (come nel caso di John Pierpont Morgan, che operava nello spirito di Gian Giacomo Poldi Pezzoli) con spirito filantropico, in vista di un museo, scegliendo le opere secondo un disegno didattico ed educativo». Certo, vista la condanna della Chiesa per il reddito «da interessi», come ricorda nel suo saggio Sebastian Schütze, il «guadagno da moneta» necessitava di «un complesso sistema di giustificazioni e compensazioni», e l’arte e la cultura diventavano potenti strumenti di riscatto.

Ma molto pesava anche la loro volontà di perpetuare la propria immagine con le committenze artistiche, il collezionismo e la filantropia. «La mostra, prosegue Mazzocca, è costruita proprio intorno alle loro figure, una sala per ognuno dei nomi citati, cui si aggiungono, tra gli altri, Everhard Jabach, attivo nel ’600, Pierre Crozat e Giovanni Raimondo nel ’700, fino ai banchieri dell’800: Moritz von Fries, collezionista di Raffaello, Reni, Van Dyck, Rembrandt, e mecenate e protettore di Beethoven e Schubert, gli italiani Torlonia, Giacomo Treves, Ambrogio Uboldo ed Enrico Mylius, lui tedesco naturalizzato italiano, fino ad arrivare ai diversi rami dei Rothschild, al citato John Pierpont Morgan, ad Andrew e Paul Mellon». La mostra si configura così come un viaggio tra alcuni dei capolavori loro appartenuti, riuniti qui dai curatori, ma rievoca anche il loro ruolo di motori di cultura.

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