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Il viaggiator cortese

L’ultimo viaggio di Lord Byron in Grecia

Il busto del poeta al Museo di Atene

Busto di Lord Byron nel Museo della città di Atene

«La sua testa è finemente modellata e la fronte aperta, alta e nobile, il naso è grande e ben disegnato, ma essendo un po’ troppo spesso, di profilo risulta più aggraziato: ma è la bocca la caratteristica più notevole del suo viso, il labbro superiore ha una brevità “greca”, con gli angoli piegati all’ingiù». Così Marguerite Gardiner descriveva Lord Byron al loro primo incontro, occorso a Genova nell’aprile 1823.

Sebbene la nobildonna lo dicesse «estremamente sottile», da qualche anno il poeta continuava ad appesantirsi. Solo mesi prima il collega Leigh Hunt quasi non lo aveva riconosciuto tanto era ingrassato. Eppure, nel busto in marmo dimenticato nel Museo della Città di Atene il poeta inglese si direbbe in forma. Più smilzo, anzi, rispetto ai ritratti similissimi cavati da Lorenzo Bartolini, della Galleria d’Arte Moderna di Firenze o della National Portrait Gallery di Londra. George Gordon Noel, sesto barone di Byron (Londra, 1788-Missolungi, 1824), aveva posato a Pisa nel gennaio 1822 per lo «statuaire» toscano, ma poiché si vedeva grasso il risultato non gli andò a genio, e addusse la scusa che quel busto lo faceva sembrare un «decrepito gesuita», ripromettendosi di non posare mai più.

Non ne avrebbe avuto il tempo, visto che si spense mesi più tardi in Grecia, dove era accorso in aiuto del patriota Alessandro Maurocordato. Come racconta il poeta nel «diario» di quegli ultimi giorni, «una notte, quando l’orologio batteva le due, mi sono anche trastullato col pensiero del suicidio. Presi il piccolo coltello castigliano che tenevo sulla scrivania e me lo passai sul polso, pensieroso. Poi mi accorsi che anche in questo c’era un che di istrionico [...] Strizzai l’occhiolino al mio busto [...] spensi le candele e m’infilai allegramente a letto» (così scrive Frederic Prokosch nel suo Il manoscritto di Missolungi, 1968).

Chissà se, alla fine, Byron sia venuto a patti con il suo girovita, e il busto cui ammiccava quella notte fosse non il proprio, riflesso allo specchio, ma quello di Bartolini, portato con sé nell’ultimo viaggio in Grecia, che ora riposa ad Atene. «So, we’ll go no more a roving/So late into the night» (Così non andremo più vagando/Nella notte fonda)».

Marco Riccòmini, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020



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