Lóránd Hegyi s’interroga sul tema del corpo

Sculture di Gloria Friedmann, Paolo Grassino e Bernardí Roig nella Galleria di Umberto Benappi

Lorand Hegyi
Jenny Dogliani |  | Torino

Storico e critico d’arte e scrittore ungherese di successo internazionale, Lóránd Hegyi (1954) ha ricoperto tra i vari incarichi la direzione del Ludwig Museum di Vienna e del Pan di Napoli. Recentemente si è trasferito a Saluzzo, a una cinquantina di km da Torino, dove ha curato per la Galleria di Umberto Benappi la mostra «Challenging Body», visitabile fino al 10 aprile.

Lóránd Hegyi, perché ha scelto di vivere in Italia?
Il mio è un ritorno, un approdo naturale. Dopo avere concluso il mandato al Ludwig, nel 2002 sono andato a Napoli come primo direttore artistico de Pan. L’Italia mi è sempre piaciuta e ho lavorato con molti artisti italiani, da quelli dell’Arte povera a Gianni Dessì e Domenico Bianchi. Ho collaborato con Achille Bonito Oliva e con molti artisti di Napoli. Nel 2006 dal Pan sono approdato al Musée d’art moderne di Saint-Étienne, a tre ore da Torino. Così ho continuato a collaborare con artisti e istituzioni italiane, facendo mostre di Giovanni Anselmo, Michelangelo Pistoletto, Jannis Kounellis, ma anche di giovani come Massimo Bartolini, Loris Cecchini e Paolo Grassino.

Lei ha anche origini italiane?
Una parte della mia famiglia era di Trieste e di Fiume, quando facevano parte dell’Impero austroungarico. Mio nonno era un architetto e ha scritto libri sul Neoclassicismo, sulle influenze dell’architettura di Palladio nell’Europa Centrale. Anche se vengo da una cultura prevalentemente germanica, la mia famiglia ha sempre avuto un legame forte con l’arte, l’architettura e la cultura italiana. Da ragazzino ho anche frequentato Roma per alcuni anni, avevo una zia che viveva lì.

Che cosa unisce Gloria Friedmann, Paolo Grassino e Bernardí Roig, i tre artisti in mostra da Benappi?
Li conosco tutti e tre da molto tempo. Della Friedmann avevo curato una grande mostra personale a Vienna e a Saint-Étienne e l’avevo anche invitata alla Biennale di Valencia nel 2003. Tutti e tre lavorano sul corpo, umano e animale. Non fanno sculture propriamente figurative, ma propongono una rivisitazione e revitalizzazione del corpo in diversi contesti, narrativi, mitologici, letterali, psicologici. Lavorano con la trasformazione del corpo: combinano forme umane e animali, lo trasfigurano, riconducendo le varie manifestazioni umane, vegetali e animali a quell’unica natura di cui tutti facciamo parte.

Per esempio?
Grassino propone una serie molto drammatica di figure umane senza una faccia, sono alberi, sono braccia, una molteplicità di elementi che insieme creano una combinazione umana e vegetale. È una visione mitologica, narrativa, religiosa, il corpo umano si trasforma, come nel mito di Dafne (dove muta in una pianta di alloro Ndr). Può essere una salvazione oppure punizione. In mostra ci sono solo frammenti di corpi umani in situazioni di dolore, violenza, tensione e trasformazione da animale a uomo. La grande testa umana di Gloria Friedmann è fatta di terra, materiale legato alla creazione dell’uomo in molte religioni e mitologie: l’uomo creato dalla terra prende vita e quando muore torna alla terra. Da questa testa spuntano dei corni, l’uomo diventa animale, simbolo dell’unità di tutti gli esseri viventi. Un’unità che l’uomo ha perduto con la civilizzazione e che la mitologia da sempre cerca di riconquistare. È una visione di unità neoromantica, una rivisitazione dell’eredità romantica. Una visione che i tre artisti condividono seppur con stili diversi.

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