L’ottava porta di Babilonia

Sarà restaurata entro l’estate la famosa Porta di Ishtar a Babilonia grazie al progetto del WMF in collaborazione con l’ambasciata statunitense a Baghdad

La facciata della Porta di Ishtar a Babilonia. Foto di Hadani Ditmars Interventi di consolidamento al tempio di Ninmakh a Babilonia. Foto di Hadani Ditmars Il Leone di Babilonia. Foto di Hadani Ditmars
Hadani Ditmars |

Il progetto del World Monuments Fund (WMF) a Babilonia, grazie a una parte dei 3 milioni di dollari donati dall’ambasciata statunitense a Baghdad, mira a consolidare e restaurare la famosa Porta di Ishtar entro l’estate. «Il progetto, ha spiegato il direttore del programma del WMF Jeff Allen nel corso del Festival di Babilonia (mentre si svolgeva un concerto nell’anfiteatro voluto da Saddam Hussein negli anni ’80 costruito su precedenti rovine del III secolo a.C.), aiuterà a inaugurare nuove iniziative turistiche destinate a migliorare l’esperienza dei visitatori e ad aiutare l’economia locale. Inoltre formerà e impiegherà gli iracheni locali nelle tecniche di conservazione del patrimonio».

L’iniziativa fa parte dell’impegno quindicennale del WMF nella conservazione del patrimonio iracheno nell’ambito di «Future of Babylon», progetto iniziato nel 2008. Collaborando con l’Iraqi State Board of Antiquities and Heritage (Sbah), il WMF ha eseguito approfondite indagini producendo una ricca documentazione e sviluppando piani di conservazione. L’organizzazione ha anche assistito alla candidatura di Babilonia al Patrimonio mondiale dell'Unesco, culminata nella sua iscrizione nel luglio 2019 e contribuendo alla conservazione e consolidamento della scultura del «Leone» di Babilonia. I progetti della Porta di Ishtar e del Tempio di Ninmakh, lanciati rispettivamente nel 2016 e nel 2019, sono i beneficiari del finanziamento da parte dell’ambasciata statunitense.

Saddam Hussein, immaginando di essere il nuovo Nabucodnosor II, aveva molto a cuore Babilonia e spesso citava un brano del Corano in cui il sovrano dell’impero babilonese era collegato alla liberazione della Palestina. Se il budget da lui previsto per la manutenzione della città era molto più alto di quello previsto attualmente dal governo iracheno, l’autocelebrazione, oltre ad aver comportato l’iscrizione del suo nome su alcuni monumenti, ha permesso una ricostruzione molto pesante negli anni ’80 e ’90 con l’utilizzo di mattoni di cemento e di altri materiali da costruzione inappropriati.

Questi interventi insieme all’incuria derivante da 12 anni di sanzioni da parte dell’Onu e i successivi danni causati dai veicoli militari sulla scia dell’invasione del 2003, hanno contribuito alla scomparsa di Babilonia.

Nel 1927 gli inglesi fecero passare una linea ferroviaria attraverso il sito e negli anni ’80 Hussein fece costruire un’autostrada insieme a un palazzo per sé, completo di eliporto. Ci sono ancora tre oleodotti esistenti (ma non funzionanti), due dei quali costruiti negli anni ’70 e ’80 (il terzo è più recente), anche se i lavori sono stati bloccati dopo che lo Sbah ha intentato una causa nel 2012.

Oggi, con il rinnovato turismo interno e straniero e grazie ai finanziamenti dell’ambasciata statunitense e di altri donatori internazionali, Babilonia sta tornando a vivere.

L’attuale lavoro del WMF alla Porta di Ishtar, una delle 8 porte della città di Babilonia (la più famosa, oltre a essere una porta doppia in quanto attraversava due mura), la cui facciata nord è stata ricostruita ed esposta al Pergamon Museum di Berlino nel 1930, è alle prese con problemi di umidità causata dal cambiamento dei livelli delle acque sotterranee.

Secondo Ammar Altaee, archeologo dello Sbah, l’utilizzo dei mattoni di cemento ha causato danni significativi non permettendo l’espulsione dell’umidità. Per rimediare a tutto ciò si utilizzano reti metalliche e pietre locali. Il delicato lavoro di restauro riguarda ogni singolo mattone, partendo dagli interventi del 1958, quando re Faisal era al potere, arrivando ai mattoni di cemento e fango dell’era Hussein, sostituiti dove possibile da nuovi mattoni di fango, cotti e prodotti in laboratori locali nella vicina Borsippa. La produzione di questi mattoni, molto simili a quelli originali babilonesi per dimensione e colore, sta facendo rivivere la muratura tradizionale e formando nuovi professionisti.

Nel frattempo al tempio di Ninmakh, dal nome della dea sumera che plasmò gli uomini dall’argilla, sono in corso interventi urgenti per fissare le pareti danneggiate prima che le prossime piogge invernali le facciano crollare. I muri di mattoni di fango sono stati indeboliti da un tetto di cemento crollato nel 1999 e da un secondo tetto a sua volta danneggiato dall’occupazione militare.

Guardando l’antico pozzo che, secondo la leggenda locale era la dimora degli angeli dispettosi Harut e Marut impiccati lì per aver insegnato la magia ai mortali, il responsabile del progetto del WMF Osama Hisham avverte: «Questo è solo uno dei tanti templi che necessita di interventi urgenti».

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