L’originale pittura di Aniello Falcone al Museo Diocesano

La mostra ripercorre con oltre venti opere la varietà di repertorio e di linguaggio del «Velázquez di Napoli»

Una sala della mostra di Aniello Falcone Una sala della mostra di Aniello Falcone
Olga Scotto di Vettimo |  | Napoli

«Falcone e Velázquez. Sembra a primo acchito un’audacia, quella tentata da Roberto Longhi tra il ’43 e il ’50, un paradosso, un colpo di teatro... Falcone è davvero, a suo modo, il Velázquez a Napoli. Più complicato è stabilire con certezza se ci sia stato un rapporto diretto tra i due artisti, e dove, e quando», scrive Pierluigi Leone de Castris nel catalogo (Elio de Rosa editore) della mostra «Aniello Falcone, il Veláz-quez di Napoli», visitabile fino al 24 gennaio nelle sale del Museo Diocesano, Complesso di Donnaregina.

L’esposizione, che ha anche il merito di sopperire alla completa assenza di mostre e di monografie sul pittore napoletano, fa emergere la varietà di repertorio e di linguaggio di Aniello Falcone (1607-1656), capace di straordinarie sintesi tra naturalismo e classicismo, da Ribera a Stanzione, da Velázquez a Poussin a Domenichino.

Definito da Luca Giordano «L’Oracolo delle battaglie», Falcone mostra una rara capacità di dipingere battaglie dinamiche e coinvolgenti, ma anche paesaggi, ritratti, nature morte, insieme a rari quadri di soggetto sacro e affreschi. «Siamo di fronte a una figura originale e nuova per il contesto napoletano della prima metà del ’600. Nuova per la sua varietà d’inclinazioni, per la sua capacità di svariare tra generi, soggetti, formati e tecniche diverse; ma nuova anche per i caratteri estremamente ibridi, aperti e moderni della sua cultura e del suo linguaggio specifico», aggiunge il curatore.

Muovendo dal «Riposo dalla fuga in Egitto» (1641, Museo Diocesano), il cui recente restauro ha riportato alla vista il seno allattante che un intervento tardo settecentesco aveva coperto con un panneggio ocra, la mostra ripercorre con oltre 20 opere un repertorio vario, completato da un itinerario urbano che conduce agli affreschi delle chiese di San Giorgio Maggiore, San Paolo Maggiore e Gesù Nuovo.

Scene di battaglia, dunque, tra cui due dipinti su rame di collezione privata francese attribuibili ad Andrea de Leone e ad Aniello Falcone; un «Interno di cucina» per cui si propone qui la doppia mano Falcone e Luca Forte (anziché Falcone e Giovan Battista Recco); soggetti sacri, tra cui «Giacobbe e la tunica di Giuseppe» (Museo di Palazzo Lanfranchi, Matera), opera che, attribuita dal curatore a Falcone, evidenzia, insieme alle influenze di Stanzione, quelle della produzione italiana e sivigliana di Velázquez. Ancora tra i soggetti sacri: «Santa Barbara», maturo olio su rame di collezione privata, sin qui sconosciuto agli studi; «Elemosina di Santa Lucia» (Museo e Real Bosco di Capodimonte), sintesi tra il «caravaggismo a passo ridotto» di longhiana memoria e il giovane Velázquez di passaggio tra Roma e Napoli.

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