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Mostre

L’opera al nero al Musée d’Orsay

La rappresentazione della persona di colore dall’abolizione della schiavitù al ’900

«Jeune femme aux pivoines», di Frédéric Bazille. © Courtesy National Gallery of Art, Washington, NGA Images

Parigi. Per una volta, di fronte alla bella «Olympia» di Manet (1863), capolavoro del Musée d’Orsay, il visitatore è invitato a soffermarsi più a lungo, non sulla giovane donna nuda che guarda sfacciatamente il suo pubblico e che fece tanto scandalo a suo tempo, ma sull’altra donna del quadro, la domestica di colore che, su un piano secondario, porge a Olympia un mazzo di fiori, probabile dono di un cliente. La pelle color ebano della domestica si confonde con lo sfondo e contrasta con il candore del suo abito e la pelle avorio di Olympia.

La domestica è ora una delle figure centrali della mostra «Il modello nero, da Géricault a Matisse» che il d’Orsay, in collaborazione con la Wallach Art Gallery di New York (che l’ha ospitata in prima battuta), organizza dal 26 marzo al 21 luglio. Mostra che «nel periodo che va dalla Rivoluzione francese al primo XX secolo, scrive il museo, intende far vedere come si è costruito, smantellato e ricostruito l’immaginario della persona di colore nel tempo». Si mette dunque l’accento su figure spesso passate inosservate o quasi.

La mostra si articola in tre tempi: l’abolizione della schiavitù (1794-1848), la Nuova pittura (con Manet, Bazille, Degas, Cézanne…) e le prime avanguardie del XX secolo. Allestita nella prima sezione, un’altra splendida opera, che appartiene al Louvre, è centrale: «Ritratto di donna nera» che Marie-Guillemine Benoist, allieva di Elisabeth Vigée-Le Brun, dipinse per il Salon del 1800, a pochi anni dalla Rivoluzione e dall’abolizione della schiavitù, nel 1794.

La giovane donna nera del quadro, una domestica, posa come le signore dell’alta società, a suo agio, lo sguardo dritto sul pubblico, avvolta in una stoffa morbida che le lascia scoperto un seno. Il quadro, che scandalizzò la critica, è considerato un manifesto femminista e per la libertà. Per il XX secolo sono allestite tra l'altro opere di Matisse come «Donna in abito bianco» del 1946, in prestito dalla Des Moines Art Center, realizzato dopo i viaggi ad Harlem degli anni ’30 e la scoperta dell’Harlem Renaissance, movimento afroamericano che si sviluppò negli anni ’20 a partire dal quartiere newyorkese.

Sono esposti anche lavori di esponenti di questo movimento, come Charles Alston e William H. Johnson, di artiste di colore, come Mickalene Thomas e Ellen Gallagher, e delle generazioni del dopoguerra, come Aimé Mpane e Romare Bearden. La mostra allestisce anche sculture di Jean-Baptiste Carpeaux e Charles Cordier e foto di Nadar ed Étienne Carjat.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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