Léonard, l’uomo che sorride

Dall’ultimo libro di Jean Clair, uscito da poche settimane in Francia e dedicato agli amici, pubblichiamo in anteprima il ritratto di Gianadda, scomparso lo scorso 3 dicembre

Léonard Gianadda. Foo © RTS-Frank Mentha
Jean Clair |  | Parigi

Nel suo Le livre des amis, da poco pubblicato in Francia per Gallimard (432 pp, € 26,00), Jean Clair ha riunito testi e ricordi sui molti artisti che nel corso della sua carriera di storico dell'arte, direttore di museo, scrittore, saggista e opinionista, sono stati da lui sostenuti o che sono diventati suoi amici. I rapidi e incisivi ritratti di questi, insieme all’evocazione di altri amici in qualche modo legati dell’arte, tracciano un panorama degli ultimi cinquant'anni. Dalla A di Pierre Alechinsky alla V di Xavier Valls, passando per Bacon, Balthus, Cartier-Bresson, Freud, Hockney, Music e Szafran, sono 26, in ordine alfabetico, «les amis» qui convocati. 
Per concessione dell’autore, proponiamo il testo dedicato a Léonard Gianadda, scomparso il 3 dicembre.


LÉONARD GIANADDA
(1935-2023)

Il sorriso di Léonard
Quel che resta di un uomo è il suo sorriso. Tutto di lui svanisce, ma il sorriso rimane. Come lo Stregatto. Non solo quando è morto e il sorriso, come il ricordo, viene dall’oltretomba, ma anche quando è vivo. È quando pensiamo a qualcuno che è stato via per un po’ che il suo sorriso ritorna come prima cosa e inscrive la sua immagine nelle cellule della nostra mente. Gli occhi, i tratti del viso e il suono delle parole si ricompongono solo dopo. Ma il suo sorriso sorride subito, e senza aspettare. È una sorta di cortesia che viene dall’aldilà. Invece di fare smorfie per spaventarci, come pensiamo, i fantasmi sorridono per confortarci. E noi amiamo le persone in proporzione ai loro sorrisi. Le ricordiamo meglio perché l'immagine del loro sorriso ci rimane impressa.

Léonard Gianadda è quell’uomo che sorride. Nella vita reale, naturalmente, ha tremendi scatti d’ira, è eccessivo, orgoglioso e spesso tiranno. Ma, nonostante tutto, il suo sorriso supera tutto questo. Capisco perché le più alte manifestazioni della cultura, che sono, come si sa, ciò che resta quando tutto è stato dimenticato, l’«Angelo» di Reims, le statue greco-buddiste, «Monna Lisa», siano sempre state contraddistinte dal sorriso, perché è anche ciò che resta di una persona quando tutto di lei è stato dimenticato. Questo grande principio di benevolenza nei confronti della vita, che persiste dopo la scomparsa di coloro che sono o che sono stati i nostri contemporanei, e che si esprime con una particolare contrazione dei muscoli della mascella, è anche il principio su cui si fondano le civiltà. Non può esistere cultura senza sorriso. Non c’è sorriso che non sia fondamento della cultura e che non la preservi.

Un culto della civiltà
La parola chiave è: fondare. Perché, da architetto, realizzare non solo le fondamenta che permettono du costruire appartamenti da vendere o affittare, ma impegnarsi in un compito ben più importante: perpetuare, attraverso un sorriso, il ricordo doloroso di una persona cara, un parente, un amico, un fratello? E fare di questo monumento, visto che la parola «monumento» deriva dal latino memorare, un luogo aperto a tutti per quel culto della civiltà che ancora chiamiamo cultura. La musica, le mostre, i simposi, gli strumenti, il canto umano, le sculture, la voce, i dipinti e le fotografie sono altrettante manifestazioni del sorriso, che è il segno visibile sul volto dell'altro della fratellanza silenziosa che unisce gli uomini e li fa sentire appartenenti alla stessa storia e alla stessa specie animale.

Una volta ho paragonato Gianadda a un toro, il suo dio totem, a quell’animale quasi eponimo dell’antica città di cui ha le fattezze, il collo, la potenza e la caparbietà. Tanto che, quando il fondatore della Fondation Gianadda ha scoperto l’effigie del toro di bronzo nel sottosuolo del suo terreno a Martigny, seguita dai resti del mitreo dedicato al suo culto, non ha fatto altro, cercando nel suo terreno e scavando nella Storia, che incontrare la propria immagine. O il proprio destino. Ma non era il toro che intendevo. Il toro non sorride. È placido, con gli occhi sporgenti, il muso pesante e soffiante, come la mucca sua sposa. Oppure furioso. No, Léonard Gianadda è piuttosto il sacrificatore del toro, il tauroctono, quello che vedete, capelli ricci su una grande fronte, busto possente e braccia da kouros italico, che sorride mentre offre sacrifici ai suoi dèi.

La prima volta che ho incontrato il padrone di casa, gli ho detto, senza sapere chi fosse, che la Fondazione sembrava un bunker. Non batté ciglio per quella che poteva sembrare un’offesa. Più tardi, maledicendo la mia gaffe, mi resi conto che aveva senso. Non solo perché la pianta centrale del tempio primitivo aveva imposto la sua forma all’edificio moderno, ma anche perché la duplice e contraddittoria funzione del sito, esporre opere ma anche accogliere il pubblico, era meglio soddisfatta da questa disposizione teatrale, condividendo l’aspetto oscuro e misterioso dell’antico santuario.

Un santuario, un rifugio
In contrasto con l’allineamento autoritario o militare delle sale dei musei d’arte moderna, che impongono una direzione di lettura, un senso di visita, una direzione obbligata, l'edificio di Martigny sostituiva la trasparenza di un panottico, nella stessa penombra della sua struttura. Dal passaggio si potevano guardare le opere esposte più in basso, ma anche le persone che si muovevano, la folla che si accalcava, i quadri che luccicavano, mentre si ascoltavano le prove del concerto che si sarebbe tenuto al calar del sole. Beata sinestesia dei sensi, unione di menti e cuori, incontro tra caso e necessità in questo luogo, dove un edificio più leggero, più arioso, più trasparente, avrebbe distrutto ogni intimità, ogni enigma e, in definitiva, ogni possibilità di incontro. Negli anni Sessanta si è parlato molto delle utopie del museo come forum. Gianadda, a modo suo e a misura sua, lo ha realizzato. Dove altri hanno costruito supermercati in cui ci si rompe il naso sulle pareti di vetro che prendono il posto dei muri, Gianadda è riuscito a conservare il segreto del luogo oscuro e singolare in cui ci si rende da soli per incontrare un capolavoro. In una guerra in cui siamo decisamente, ovunque e sempre, troppo «esposti», questo «bunker», in contrasto con gli odierni «siti culturali», offre la sensazione di un rifugio temporaneo ma sicuro. Non è forse ora che i musei vengano ribattezzati «rifugi»? Forse non a caso, è in un punto cardinale dell’Europa, dove molti dei grandi conquistatori sono arrivati da ovest e da est, che questo edificio è stato eretto, come un rifugio.

La guerra di oggi è contro la bruttezza, la stupidità, l’ignoranza, la maleducazione, la violenza, tutto ciò che fa emergere il ghigno, la rabbia, la tristezza e la paura nei volti delle persone, quei tratti che la fisiognomica ci insegna a conoscere. Essa richiede anche dei rifugi. La forma assunta dalla Fondazione, questa piramide tronca, questa grande tenda di cemento con quattro lembi uguali, è anche l'affermazione di un nomade che per tutta la vita ha cercato il proprio luogo definitivo. È una tenda, la solida tenda di un uomo che ha vagato a lungo, dal nonno contadino, venuto a piedi da oltre le montagne, come si dice in Svizzera, per trovare lavoro, fino a lui, che ha sfidato il tempo in nome della memoria, affidandosi all’illusione delle arti.
Del museo si deve conservare il segreto, soprattutto quando è costruito su un luogo sacro. Dal sacro al segreto si passa attraverso il sorriso.

Da: Le livre des amis, di Jean Clair, 432 pp., Gallimard, Parigi 2023, € 26,00

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La copertina del volume di Jean Clair

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