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Musei

L'ombra della storia sulla Kunsthaus di Zurigo

Chiesta al museo totale trasparenza nell’esposizione della collezione di Emil Georg Bührle, mercante d'armi nella Germania nazista

Emil Georg Bührle tra i suoi quadri nel 1954

Senza il successo di Emil Georg Bührle nella vendita di armi alla Germania nazista, la Kunsthaus di Zurigo non esisterebbe nella sua forma attuale. Ma, mentre il museo si prepara ad aprire le porte di un’estensione che è costata 230 milioni di dollari, che raddoppierà la sua attuale dimensione espositiva, la storia dell’industriale getta una lunga ombra su tutti questi progetti. L'ampliamento dell'architetto britannico David Chipperfield è stato finanziato al 50% dalla città e dal cantone di Zurigo; ed è stato progettato in parte per esporre la collezione di arte impressionista e post-impressionista di Bührle.

Nel 2012, la sua fondazione di famiglia ha concordato un prestito a lungo termine delle opere, nel mentre ospitate in un museo privato fuori dal centro città, alla Kunsthaus. Il piano è quello di esporre 203 pezzi di artisti tra cui Claude Monet, Paul Cézanne, Edgar Degas, Paul Gauguin e Vincent Van Gogh al secondo piano del nuovo edificio.

Le autorità cittadine sperano che l'espansione, e i capolavori di Bührle, aumentino il numero di visitatori del museo e contribuiscano a porre Zurigo in diretta competizione con Basilea sullo scacchiere dell’arte. Ma l'eredità di Bührle è complessa e controversa, sia per la fonte della sua ricchezza che ha sostenuto la sua impresa collezionistica, sia perché lo stesso ha acquistato opere d'arte saccheggiate dai nazisti. «I collegamenti tra il Kunsthaus e la fondazione Bührle risalgono a molto tempo fa», dice Erich Keller, uno degli storici che ha contribuito ad un rapporto, pubblicato a novembre e commissionato dalla città sulla vita e la carriera di Bührle.

Lo stesso Keller è però tra i firmatari di una petizione online, che ha raccolto più di 2.100 firme, che chiede al sindaco di garantire totale trasparenza nell’esposizione delle opere di Bührle da parte del museo. Mette in guardia da «gravi omissioni» nel processo di “provenance”, richiede il libero accesso all'archivio della collezione e sollecita la creazione di un centro documentale gestito da esperti indipendenti al fine di informare i visitatori circa l’applicazione di condizioni di lavoro ai limiti dello schiavismo, di cui lo stesso Bührle avrebbe abusato per fabbricare armi, nonché sul suo acquisto di opere d'arte saccheggiate dai nazisti o vendute sotto costrizione da collezionisti ebrei.

Nato nel 1890 in Germania, Bührle, prestò servizio come ufficiale dell'esercito durante la Prima guerra mondiale, quindi lavorò per una fabbrica di macchine utensili di Magdeburgo, di cui suo suocero era azionista. Nel 1924 si trasferì a Zurigo per rilevare la fabbrica di macchine utensili di Oerlikon, dove brevettò e sviluppò cannoni antiaerei venduti in tutto il mondo. Durante la Seconda guerra mondiale, la sua azienda produsse armi sia per gli alleati che per la Germania nazista e divenne l’uomo più ricco di Svizzera. Anche se l’azienda, dopo la guerra, figurava in una «blacklist» degli alleati, e le esportazioni di armi furono temporaneamente vietate, questa continuò ad espandersi a livello internazionale.

Il saccheggio

Bührle acquistò diverse opere che furono saccheggiate agli ebrei francesi. Nel 1948, la Corte suprema svizzera lo costrinse a restituirne 13. Ne riacquistò nove, di cui quattro dal mercante parigino Paul Rosenberg, la cui collezione era stata sequestrata dai nazisti. Nel 1952, ha donato due grandi dipinti di ninfee di Monet al Kunsthaus e ha anche finanziato un'ala espositiva, completata dopo la sua morte nel 1956. Nel 1960, la sua vedova ed i suoi figli hanno creato una fondazione, ora nota come «Collezione Emil Bührle», per supervisionare e gestire un terzo dei lavori (i restanti due terzi sono rimasti in mani private della famiglia).

Prima di svelare questa collezione, così storicamente contradditoria, al Kunsthaus, la città ed il cantone di Zurigo hanno commissionato il rapporto universitario a cui Keller ha contribuito, esaminando la carriera di Bührle e le origini della fortuna che ha usato per costruire la sua stessa collezione. La ricerca completa sulla provenienza delle singole opere rimane nelle mani della «Emil Bührle Collection», che ha coinvolto la studiosa americana Laurie A. Stein. La fondazione ha pubblicato i dettagli sulla provenienza delle opere on line, e mira a produrre un catalogo completo di tutte le 633 opere che Bührle ha acquistato durante la sua vita, in tempo per l'apertura dell'ampliamento del Kunsthaus in ottobre, afferma il direttore della fondazione, Lukas Gloor.

Non tutti sono convinti della qualità di questo lavoro però. In un recente articolo per il quotidiano zurighese Die Wochenzeitung, Keller ha accusato la fondazione di aver ripulito la provenienza del dipinto di Cézanne «Paysage». Tra le obiezioni di Keller alla descrizione della provenienza sul sito web della fondazione c'è la mancata osservazione che i proprietari originari, Berthold e Martha Nothmann, furono costretti a fuggire dalla Germania in quanto ebrei, nel 1939 (il sito web dice solo che hanno «lasciato la Germania quell’anno»).

«Questa due diligence sulla provenienza deve essere fatta di nuovo, in modo indipendente e con un coinvolgimento internazionale», dice Keller, che sta pubblicando un libro in Svizzera dal titolo «The Contaminated Museum: the Kunsthaus Zurich and Future Remembrance». La risposta di Gloor è che i rapporti sulla provenienza online mirano ad elencare succintamente i cambiamenti di proprietà e non sono adatti a fornire un contesto completo. Dice di essere disponibile ad aggiungere nuove informazioni man mano che emergeranno. «Questo lavoro non finisce mai», chiosa lo stesso direttore. Secondo Gloor, poi, la fondazione oggi non sta affrontando alcuna richiesta di restituzione che sia «fondata» o «sostanziale». Non è questa, però, l’opinione di Juan Carlos Emden, che ha cercato per quasi un decennio di recuperare il «Campo di papaveri vicino a Vétheuil» di Monet, che un tempo apparteneva a suo nonno, Max Emden, proprietario ebreo di un grande magazzino, il quale ha perso gran parte della sua fortuna a causa della persecuzione nazista.

Un rapporto dello storico Thomas Buomberger, commissionato dagli eredi di Emden nel 2012, ha rilevato che Bührle ha acquistato il dipinto nel 1941 per meno della metà del suo valore di mercato. Buomberger ha detto che si trattava di una «vendita chiaramente dovuta alla persecuzione nazista», e che il dipinto dovrebbe quindi essere soggetto a restituzione. La collezione Bührle ha finora respinto la richiesta di Emden. Christoph Becker, il direttore del Kunsthaus di Zurigo, afferma di voler accogliere con favore la nascita di un dibattito pubblico su Bührle, seppur scatenato, per così dire, dall'ampliamento del museo. In un'intervista al quotidiano Neue Zürcher Zeitung a dicembre, ha promesso che il museo sarà trasparente e obiettivo nella sua esposizione.

Il Kunsthaus si assumerà la responsabilità della ricerca sulla provenienza, con l'apertura delle nuove mostre quest'anno, afferma Gloor. Lo stesso sostiene poi che molte delle richieste contenute nella petizione degli storici saranno soddisfatte: la Collezione Bührle prevede di concedere l'accesso aperto ai suoi archivi e l'ampliamento del Kunsthaus avrà una stanza che servirà da centro documentale sulla carriera di Bührle e sulle sue attività di collezionista.

«Niente di tutto questo ci ha sorpreso», dice Gloor in una lettera aperta al sindaco. Un portavoce del sindaco di Zurigo, Corine Mauch, ha detto che una risposta alla petizione ci sarà non appena questa verrà formalmente presentata, il 27 gennaio. «Ma è chiaro, e il presidente della città lo ha ripetutamente sottolineato nel corso degli anni, che l’esposizione delle opere della Collezione Bührle all’interno del progetto di ampliamento del Kunsthaus sarà accompagnata da un contesto che spiegherà la storia delle origini della collezione stessa», afferma il portavoce.

«I visitatori del Kunsthaus dovrebbero essere informati in modo appropriato, contemporaneo e trasparente sui collegamenti e le implicazioni storiche della collezione. La città ha comunicato le sue aspettative al riguardo al Kunsthaus». Ecco un perfetto racconto, nell’epoca della cancel culture, che dimostrerà come una società, quella svizzera, sa scendere a patti con il peso della Storia.

Catherine Hickley, edizione online, 27 gennaio 2021

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