L’offensiva culturale di Piotrovskij, capolista per Putin

«In quale altra città del mondo il direttore di un museo gode di una stima così alta?»: è la domanda retorica di Michail Piotrovskij, da 29 anni all’Ermitage e grande sostenitore del presidente

Lo scorso aprile Vladimir Putin ha consegnato Mikhail Piotrovskij una serie di suppellettili liturgiche realizzate nel 1877 su commissione della corte imperiale per la granduchessa Maria Alexandrovna © Russian Look Ltd/Alamy Stock Photo
Sophia Kishkovsky |

Michail Piotrovskij, 76 anni, è cresciuto negli spazi solenni del Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo, lo storico Palazzo d’inverno degli zar russi. Suo padre Boris ha diretto il museo per 26 anni e Piotrovskij ne ha seguito le orme nel 1992, prendendo le redini del museo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, redini che mantiene ancora oggi, dopo 29 anni. «Sono entrato qui appena ho imparato a camminare, racconta. Adoravo suonare i darbuka (tamburi turchi, Ndr). Partecipavo ai gruppi dei bambini dell’Ermitage. Ne ricordo uno nel foyer del teatro. Ho dipinto una gouache di “Tsar Saltan” di Aleksandr Puškin («La Fiaba dello zar Saltan», 1832, Ndr)». Diventato esperto di cultura araba in età adulta, suo padre lo ingaggiò come guida turistica per i dignitari in visita dal Medio Oriente. «Portai in giro per il museo un giovane Saddam Hussein», ricorda.

Oggi Piotrovskij mantiene stretti legami tra il museo e il mondo politico, godendo dei favori del presidente Vladimir Putin. Tanto da essere stato a capo della lista dei candidati di San Pietroburgo di «Russia unita», il partito nazionale russo filo Putin, nelle elezioni parlamentari dello scorso 19 settembre (che hanno visto l’ennesima vittoria di Putin, seppur in significativo calo rispetto alle precedenti tornate, Ndr). Piotrovskij spiega che la sua partecipazione attiva alla politica nasce dal ruolo dell’Ermitage nella città e nella società russa. «Sostengo la linea della politica russa di San Pietroburgo», afferma, distinguendo Putin e la sua squadra dal clan politico di Dnepropetrovsk, in Ucraina, che governava ai tempi del leader sovietico Leonid Brezhnev. «Essere capolista significa godere di grandissima fiducia in città. In quale altra città del mondo il direttore di un museo gode di una stima così alta? Non è merito mio ma dell’Ermitage, aggiunge Piotrovskij, 76 anni. Non è perché sono un uomo di Putin. Credo in lui fin dai primi anni ’90. È di San Pietroburgo. Il nostro lavoro è stato simile: entrambi abbiamo lavorato per valorizzare la nostra città, quindi è più vicino a me di molti altri».

Piotrovskij ha operato seguendo lo stesso principio nel 2020, quando, insieme ad altri protagonisti della cultura, è entrato a far parte di una squadra che doveva collaborare con il presidente a stilare una lista di importanti emendamenti alla Costituzione. Il direttore spiega che il loro compito era quello di assicurare la presenza di clausole che assicurassero il sostegno alla cultura da parte del Governo; clausole rivelatesi particolarmente utili quando il Covid-19 ha devastato le finanze dei musei del Paese. «Quando è iniziata la pandemia ci siamo presentati al Governo con questi emendamenti, dicendo che non avevamo soldi e visitatori e quindi nessun ricavo. Gli abbiamo detto “Avete l’obbligo” di aiutare i musei a pagare i dipendenti durante il lockdown. Abbiamo letteralmente fatto appello alla Costituzione: la nostra non era una domanda, ma una pretesa. E questo proprio grazie agli emendamenti da noi promossi».

Per via dei suoi stretti rapporti con Putin, Piotrovskij è stato oggetto di indagini con l’accusa di aver consentito negli anni ad amici di trarre vantaggio da una società di trasporto di opere d’arte e di aver esposto dei falsi all’Ermitage. Il caso più recente è quello di oggetti di Fabergé in prestito da un collezionista in rapporti con il Cremlino. Piotrovskij ha dichiarato che gli studi condotti dal museo avrebbero dimostrato che non si tratterebbe di falsi ma di oggetti che nel corso degli anni avevano subito delle modifiche «Abbiamo in programma la realizzazione di un database completo degli oggetti Fabergé, afferma il direttore. Gli scandali servono a portare all’attenzione certe questioni, ma con intelligenza».

Dopo l’apertura al mondo nell’epoca postsovietica, il museo si è affidato al proprio staff sia per i servizi di vendita (tra cui i souvenir) sia di trasporto, ha aggiunto Piotrovskij, «con un ricavo per l’Ermitage di non meno di un milione di dollari l’anno». Negli anni ’90 il museo ha dovuto contrastare l’infiltrazione criminale, districandosi tra offerte di servizi da parte di «affaristi internazionali senza scrupoli», a quel tempo molto attivi: «Uno dei miei principali successi è stato quello di riuscirci senza sparare», confessa Piotrovskij. Le accuse di corruzione sono «una lotta con i servizi speciali combattuta ricorrendo a diversi tipi di propaganda, e fa parte del mio lavoro».

«Quando doveva farci visita il presidente della Finlandia, negli anni ’90, Putin era a capo del comitato per le relazioni esterne di San Pietroburgo», ricorda: fu il presidente russo a proporre di utilizzare l’Ermitage quale sede per i loro incontri. «Arrivò al museo con molti dignitari stranieri, ricorda ancora Piotrovskij, da Tony Blair a Xi Jinping. Sa come muoversi nel museo e parlare con interlocutori con cui conduce negoziazioni diplomatiche. È molto importante. È un segno di cultura». Ad aprile ha donato al museo un servizio liturgico in metalli preziosi commissionato dallo zar Alessandro II per la cappella della figlia nella Clarence House di Londra, dove viveva con il marito, il principe Alfred, figlio della regina Vittoria.

Le attività del museo hanno spesso coinciso con la politica russa, comprese le spedizioni nell’antica città di Palmira quando i militari russi sostenevano le forze del presidente siriano Bashar-al-Assad nel Paese. In una conversazione avuta con Putin sulle attività internazionali dell’Ermitage, Piotrovskij ricorda di aver chiesto al presidente se le si potesse definire un’«aggressione culturale». Putin aveva risposta che una definizione più adatta sarebbe stata «offensiva culturale». Su questa linea, Piotrovskij sottolinea che le città ospiti devono creare sedi satelliti e trovare i finanziamenti.

Stando a Piotrovskij i problemi di finanziamenti dovuti alla pandemia per la sede di Amsterdam si sono risolti: «Il Governo olandese ha iniziato a considerare l’Ermitage Amsterdam come un proprio museo e lo ha inserito nel programma di aiuti statali, quindi per un anno e mezzo non dovrebbero esserci problemi, ha spiegato Piotrovskij. C’è stato un cambio d’mmagine, che punta maggiormente sui legami storici con San Pietroburgo. È la dimostrazione che il nostro modello funziona bene. Non è come il Goethe Institute o il British Council; non c’è presenza del Governo russo». Sono ancora in fase di discussione le sedi distaccate di Barcellona e dell’Arabia Saudita, e anche Abu Dhabi e il Qatar sono diventate possibili sedi di nuove antenne. La Cina, con cui è stato firmato un accordo, «è lenta e stiamo decidendo se qui la sede satellite sarà reale o virtuale». Le Ermitage Rooms della Somerset House di Londra, chiuse nel 2007, «sono diventate un caso politico dopo i casi di Michail Chodorkovskij e Aleksandr Litvinenko», l’oligarca arrestato e l’ex funzionario dell’intelligence avvelenato.

Il Covid-19 ha cambiato il mondo per sempre, continua Piotrovskij, e i musei sono in prima linea nella realtà postpandemica. Le visite contingentate e le misure di sicurezza saranno permanenti e le iniziative digitali, come gli account Instagram e TikTok del museo, hanno attirato un folto pubblico. «Ogni mostra è una festa, dice parlando delle attività offline del museo. È come una medicina. Vedi le facce della gente e una gioia che non avresti visto cinque anni fa». Tra i momenti clou, il prestito della «Bella giardiniera» di Raffaello dal Louvre.

L’Ermitage può inoltre agire per contrastare i conflitti etnici, raccontando, attraverso le sue ricche collezioni, la storia culturale del Caucaso, dei musulmani Dagestan e Azerbaigian e delle cristiane Georgia e Armenia: «La vita del museo dev’essere più ordinata, dobbiamo gridare meno, affollarci meno, fare meno rumore, e pensare più seriamente a iniziative di lunga durata», chiosa Piotrovskij.

All’inizio del 2021 il figlio di Piotrovskij, Boris (come il nonno, Ndr), è stato nominato vicegovernatore di San Pietroburgo per la cultura e lo sport, ma «non ha in programma di diventare direttore dell’Ermitage», rivela il padre. Del resto Piotrovskij non pensa ancora a ritirarsi. Anche se il suo contratto da direttore scadrà tra un anno e mezzo, lo statuto del museo prevede la possibilità di avere un presidente. «Non voglio ritirarmi del tutto», aggiunge. Dove sarà l’Ermitage tra quarant’anni? «Sarà nel XIX secolo. In tutti i casi sarà il museo più bello del mondo», anche se il Covid-19 ha stravolto i programmi. «Eravamo tutti abituati a programmare per il futuro e ora non sappiamo che cosa succederà domani. Ma l’Ermitage andrà comunque avanti».

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