L'oceano ci salverà dal naufragio

C’è un altro tipo di collezionismo: è quello che, unito alla filantropia, finanzia progetti ambientali e sociali. Intervista a Francesca Thyssen-Bornemisza

Roberta Bosco |

Francesca Thyssen-Bornemisza (1958), figlia del barone Hans Heinrich von Thyssen-Bornemisza e della top model Fiona Campbell, appartiene alla quarta generazione di una delle famiglie di collezionisti più importanti del mondo. Donna con una visione della vita profondamente etica, rappresenta l’evoluzione del collezionismo nel XXI secolo. Cresciuta tra i capolavori di Villa Favorita a Lugano, s’interessa ai sogni degli artisti e alle idee visionarie e rischiose. Attivista ecologista dirige personalmente TBA21 (Thyssen-Bornemisza Art Contemporary), la fondazione che ha creato vent’anni fa per seguire l’esempio di suo padre.

Divorziata da Carlo d’Asburgo-Lorena, è madre di tre figli: Ferdinand, pilota, ha creato una scuderia con l’ambizioso progetto di ridurre l’impronta di carbonio nei circuiti automobilistici e creare caschi e tute di materiali riciclati dalla plastica raccolta in mare. In quasi vent’anni TBA21, con sedi a Vienna, Venezia e Madrid, progetti in Giamaica e nell’isola croata di Lopud (dove la famiglia ha trascorso il lockdown), ha commissionato innumerevoli ricerche e attività e più di 100 opere (anche se la collezione ne possiede quasi mille).

Che cosa significa collezionare arte nel XXI secolo?
La novità non è essere committenti, lo erano già i Medici, ma essere pionieri nel rischio e nel coinvolgimento, nell’uscire dalla nostra zona di comfort, nell’accettare progetti totalmente estranei al mercato, nel fare quello che altre istituzioni non possono o non vogliono fare. Esistono il collezionismo e la filantropia. Nel mio caso, con gli anni, queste due strade si sono unite. Uno dei nostri privilegi è essere indipendenti, stabilire i nostri propri parametri. Siamo solo custodi di queste magnifiche opere per un tempo limitato, poter realizzare il sogno di un artista è un privilegio. Non siamo meglio o peggio di altri collezionisti, ma siamo differenti e più curiosi. Io sono una story-teller e voglio dare agli artisti la possibilità di raccontare le loro storie. Il mondo cambia in fretta e rivela i molti mali della nostra società. Questa pandemia durerà dieci o quindici anni, ha ancora senso vendere e comprare arte come prima?

Lei ha creato TBA21 nel 2002 per acquistare un’opera che Janet Cardiff avrebbe venduto solo a un’istituzione e ora è a capo di una delle fondazioni private più attive nella convergenza tra arte, politica, critica sociale e scienza. Qual è stato il primo progetto finanziato?
«Küba», un progetto di Kutlug Ataman realizzato con la comunità curda, in un quartiere conflittuale di Istanbul. In Europa esistono molte minoranze vittime di ingiustizie e soprusi costanti. Ho imparato l’importanza della politica e dei diritti civili durante la Guerra Fredda. La mia famiglia ha radici ungheresi e mio padre aveva intense relazioni con l’Unione Sovietica e con i suoi scambi culturali ha contribuito alla caduta della cortina di ferro. Da lui ho imparato come funziona la diplomazia culturale. Commissionare lavori che contengono un messaggio sociale o ecologico si riallaccia alla mia necessità di parlare di questi argomenti. Altri che hanno provato a farlo hanno fallito perché sono andati troppo oltre strumentalizzando politicamente gli artisti e il loro linguaggio.

Ha da poco pubblicato la «bibbia» di TBA21, The Commisions Book (Sternberg Press), 1.334 pagine di opere. Quali progetti ricorda con speciale affetto?
Molti, ma il primo che mi viene in mente è «Green light» di Olafur Eliasson. A Vienna era arrivata la prima ondata di rifugiati e volevamo coinvolgerli in un progetto di produzione ecologica e autogestione della luce. Fu un’esperienza molto gratificante e altrettanto dura, lottavamo tutti i giorni contro traumi di persone che dovevano soddisfare necessità elementari, eppure funzionò. Quando lo portammo alla Biennale di Venezia non ci diedero il permesso di realizzare la parte di share-learning, ci accusarono di sfruttare i rifugiati per costruire lampade. Purtroppo anche le istituzioni più attente all’avanguardia non sempre sono disposte a sperimentare. Nel 2015, andammo in Amazzonia con Ernesto Neto per creare un progetto con il popolo Huni Kuin, ma quando la delegazione di sciamani arrivò a Vienna per celebrare rituali, danze e cerimonie nel museo, iniziarono le polemiche. Non si tratta di ridurre una cultura a una formula esotica: in Europa abbiamo perso la relazione con la natura, dobbiamo riallacciarla e gli Huni Kuin hanno molto da insegnarci. L’Amazzonia deve poter far sentire la sua voce.

I progetti di TBA21 affrontano temi attuali e spinosi, ma la salvaguardia degli oceani sembra unirli tutti...
Negli ultimi dieci anni ci siamo concentrati sulla crisi ecologica. Dobbiamo salvare gli oceani, perché solo gli oceani possono salvarci. Con quest’idea abbiamo fondato TBA21 Academy, diretta da Markus Raymond e creato l’Ocean Space a Venezia, che lavora con e per i veneziani in una città emblematica per la relazione tra mare e patrimonio, dove la maggioranza dei progetti è solo di passaggio. In Giamaica abbiamo creato un’area di conservazione con allevamenti ittici e piantagioni di coralli, dove non ci concentriamo solo sui problemi ecologici, ma anche sull’impatto sociale ed economico che generano. TBA21 Academy appoggia la scienza e la ricerca, ma accoglie gli artisti perché l’arte è un linguaggio poderoso per trasformare il pensiero delle persone senza cercare di polarizzarlo. In Giamaica sono nati progetti come «Moving off the land» di Joan Jonas o «After Nature» di Claudia Comte esposta nella sede di Madrid fino ad agosto. Conosciamo solo il 5% degli oceani, i coralli sono sopravvissuti a 5 grandi estinzioni.Attiviamo una nuova relazione con gli oceani perché sono i nostri maggiori alleati contro il cambiamento climatico.

Qual è la sua relazione con il Museo Thyssen di Madrid, un museo nazionale che conserva la collezione di un’unicafamiglia, paragonabile solo a  quella della famiglia reale inglese?
Faccio parte del consiglio del museo da diciassette anni, ma dal 2018 posso contribuire più direttamente grazie a uno spazio nel sotterraneo che il museo ha ceduto a TBA21. Lo abbiamo inaugurato con un video multischermo di John Akomfrah sull’Antropocene e i fenomeni meteorologici estremi, girato in parte durante le spedizioni di TBA21 Academy in Islanda. Non abbiamo bisogno di spazi immensi, 600 metri quadrati nel centro di Madrid sono sufficienti. Ci interessa di più contaminare il museo come faremo con le opere create appositamente da Walid Raad, che percorrerà le sale storiche con le sue performance. I conservatori di tutte le sezioni sono molto disponibili e preferisco che i contemporanei dialoghino con i maestri che li hanno preceduti. Porteremo anche Janet Cardiff al Matadero (l’antico mattatoio di Madrid trasformato in centro multidisciplinare, Ndr).

Che cosa pensa dell’accordo tra lo Stato spagnolo e l’ultima moglie di suo padre, Tita Cervera, per l’affitto della sua collezione per 100 milioni?
Abbiamo fatto la pace, non ho tempo per lotte inutili e in questo caso credo che Tita abbia ragione, le opere sono sue, le ha cedute gratuitamente per molti anni e non aveva più intenzione di farloi. Quest’anno è il primo centenario della nascita di mio padre e vogliamo stare uniti come famiglia. Sono molto contenta della mostra, che allinea più di 30 opere della sua collezione privata e che si potrà visitare tutto l’anno.

Com’è nata la piattaforma digitale st_age?
L’anno scorso era un momento d’incertezza, paura e isolamento. Così è nato st_age. La perdita culturale avrebbe potuto essere catastrofica e abbiamo creato uno spazio online per aiutare gli artisti a continuare il loro lavoro. La pandemia è traumatica, era importante concentrarsi sulle possibili alternative. St_age non è un incubatore di idee, ma l’inizio di un viaggio. Per esempio Joan Jonas iniziò con una ricerca alla TBA21 Academy: la performance è stata presentata nelle strade di Fort Kochi in India e le opere alla Biennale di Venezia e nella Tate Modern di Londra, per finire nelle sale del Museo del Prado nel 2020. Questo è un viaggio ben riuscito. Con st_age diamo agli artisti assoluta libertà e una cornice per mostrare opere, che restano di loro proprietà, ma entrano nelle case. Perché non guardare un lavoro di st_age, invece di una serie di Netflix? Inoltre è l’opportunità per rendere visibile tutto il processo creativo degli artisti e le loro fonti d’ispirazione: libri, film, articoli, ricerche... Poi per dare un senso alla cacofonia di voci che ci circonda, abbiamo lanciato una serie di podcast in cui gli artisti parlano con scienziati e pensatori di diverse discipline. Di nuovo l’obiettivo è uscire dalla zona di comfort per riflettere su argomenti importanti per tutti.

Che cosa pensa della criptoarte e di questo nuovo mercato?
Credo che sia una comunità a parte di gente che si conosce da tempo, che sta facendo grandi investimenti. Per il momento m’interessa osservare un fenomeno che non controllo, ma do il benvenuto a qualcosa che non sia il white cube o la fiera di Basilea. Il mondo si sta muovendo in fretta e conviene muoversi.

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