L’occhio su Arte Fiera 2022

Reportage in aggiornamento dagli stand bolognesi

«Art» (1990) di Maurizio Nannucci, Galleria Astuni Per Barclay da Giorgio Persano Marlin James da P420 «Palude» (1937) di Arturo Nathan, Galleria Torbandena Cristina Munoz Galleria MLB Renato RAnaldi Ricciolo e blu reale 1997 Galleria iL POnte Nicola Samorí da Monitor
Riccardo Deni, Valeria Tassinari |  | Bologna

Parte quarta | Il consuntivo: 25mila visitatori, poche vendite, tanti premi
di Valeria Tassinari

Il mantra comunicativo era ri-partire, ri-prendere, ri-attivarsi. E anche se si poteva pre-vedere che, posticipata a maggio inoltrato di comune accordo con i galleristi la 45ma Arte Fiera non sarebbe caduta nel periodo giusto, in molti ci avevano creduto un po’ di più. In fin dei conti non è andata malissimo, ma certamente è mancato l’appeal di gennaio, quando quello bolognese è il primo evento fieristico dell’anno. Tornare a essere in presenza era importante e stando ai dati ufficiali lo è stato per 142 gallerie e (solo) per 25mila visitatori. Nonostante molte criticità organizzative, coralmente attribuite dagli espositori all’Ente Fiera, la direzione artistica di Simone Menegoinon è stata oggetto di troppe contestazioni, in un clima generale di disillusione e di dichiarazioni sul tono: «Si doveva fare, si è fatto come si poteva».

Difficile immaginare un volume di vendite anche solo vagamente comparabile a quelli delle ultime edizioni, ma soprattutto difficile, anche se non certo impossibile, pensare che da questi tre giorni di apertura potranno davvero nascere nuove relazioni significative, per l’assenza dei collezionisti internazionali e anche (ci dicono) di alcuni degli attesi collezionisti di maggior peso nazionali.

In parte consolatori i premi assegnati, sei in tutto: il Premio ANGAMC alla carriera ad Antonio Tucci Russo; BMPS Collection a Max Frintrop, rappresentato da A+B Gallery, con l’opera «Unlock Origin» (2021); Premio Arte e Progetto di Jacobacci&Partners alla galleria Vistamare; Premio Rotary a Schiavo Zoppelli Gallery; Premio Osvaldo Licini by Fainplast ad Andrea Barzaghi, rappresentato dalla Galleria Lunetta11; Premio The Collectors.Chain di Art Defender a Noé Sendas, rappresentato da MC2Gallery, con l’opera «Old Studio, Sprezzatura III» (2016).

Puntuale anche il sostegno del TRUST per l’Arte Contemporanea, che ha acquisito cinque nuove opere, due di Riccardo Baruzzi, due di Eva Marisaldi e una di Serena Vestrucci, che entreranno a far parte delle collezioni del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, il cui direttore Lorenzo Balbi è stato il motore di tutto il Main Program di Art City, la serie di eventi che ha animato numerosi spazi urbani nei giorni della fiera. Proprio il riverbero su Bologna, che tra mostre e performance negli spazi pubblici si è ritrovata entusiasticamente nella sua pelle viva e condivisa di città d’arte, è uno degli esiti comunque positivi di questa edizione di Arte Fiera.

Tornando tra i due padiglioni, dopo aver fatto esperienza (non indimenticabile) dell’opera sonora di Liliana Moro, e tappa (davvero insignificante) nelle toilette con performance «Unisex»di Jacopo Benassi per la sezione delle Performing Activities, chiudiamo con le ultime opinioni a caldo. Da Bottegantica (Milano), presenza recente nella sezione moderna di questa fiera, l’allestimento molto elegante, con lunga linea di fondale blu, valorizza opere del Novecento di prezzo importante, tra le quali Balla, Savinio, Campigli, Boccioni e la sensuale «Sera romagnola» di Ubaldo Oppi. L’impegno nella presentazione è evidente, i risultati forse non altrettanto, se raccogliamo solo un laconico: «non riusciamo a fare paragoni con vecchie edizioni, ci aspettavamo qualcosa di più, ma vedremo cosa nasce». Impossibile, qui, conoscere vendite e quotazioni, per scelta deontologica della galleria.

Difficile capire l’andamento anche da Repetto (Londra), tra le poche presenze internazionali, che ha scelto di presentare una vera e propria mostra sul tema «Italian Ceramics», giocando su una selezione poco appariscente, ma di qualità, con piccole opere di grandi classici come Arturo Martini, Melotti, Fontana e Leoncillo, fino agli ipertecnici contemporanei come Bertozzi&Casoni. Per la tecnologia, invece, registriamo che Davide Maria Coltro, con le sue icone paesaggistiche digitali trasmesse a quadro mediale (20mila-4m,ila euro) ha suscitato buon interesse alla Galleria Kromya (Verona e Lugano), che forse ha anche beneficiato della scarsa concorrenza in quest’ambito.

Infine, per giocare in casa, la battuta finale va ad Alan Serri, alla guida della storica galleria bolognese Cinquantasei, display all’insegna della frase «Sorgere. Dopo la pandemia arte domani, oggi e ieri»; lui, che conosce bene questa fiera, ci dice con convinzione di «aver venduto qualcosina», soprattutto pezzi piccoli, ma di «essere già in attesa della nuova edizione di gennaio, l’unica che abbia davvero un senso per Arte Fiera, dopo 45 anni di storia». E allora, tutti pronti a ri-provarci tra qualche mese, e magari a ri-sorgere davvero.

Parte terza | Un bilancio: poca tecnologia, molta pittura, scarsi rischi

di Valeria Tassinari

Prosegue Arte Fiera e dopo un venerdì spento non sale di molto la temperatura nei due padiglioni, anche nel weekend il pubblico c’è, ma non si affolla, galleristi e assistenti, piuttosto incalzanti, cercano di trarre il massimo dalla giornata di sabato, di norma la più significativa. «Niente di meno di quello che ci aspettavamo visto il periodo, comunque la fiera andava fatta e il calo previsto è naturale, per questo non ci preoccupa» dice Mazzoli, che ha allestito un ampio spazio con proposta di lavori a parete piuttosto eterogenea, tra i quali spiccano le grandi tele a olio su tela di Ariel Cabrera Montejo (24mila euro), figurazione e colore di impatto.

Estetica anni Ottanta e recupero degli anni Cinquanta-Settanta, meglio se nell’ambito dell’astrazione, si confermano le linee trasversali, in risposta a un gusto che pare rispondere a una tendenza internazionale ormai ampiamente confermata; non sembrano tempi facili per le nuove proposte, in effetti non tanto in evidenza. Meglio le riscoperte di artisti mid-career, sui quali si concentrano alcune scelte monografiche efficaci sul piano espositivo.
La Galleria fiorentina Il Ponte, ad esempio, punta tutto sul Renato Ranaldi, al quale dedica una bella antologica con pezzi dagli anni Settanta al lavoro più attuale, mettendo in relazione elementi pittorici e installativi (quotazioni tra 7mila e 20mila euro). La galleria MLB di Ferrara dedica una monografica al progetto fotografico sull’autoritratto, tra emozioni e terapia, di Cristina Nuñez: per tutto il tempo della fiera l’artista è presente per un laboratorio di auto fotografia terapeutica che coinvolge il pubblico. Piace l’interazione, per la verità non molto diffusa tra gli stand.

Forse per questo è già sold out la proposta digitale Nft di cui ci parla con entusiasmo Lorenzo Cortesi (galleria omonima con sedi a Milano e Lugano), che oltre a pezzi del secondo dopoguerra propone in dialogo con Herman de Vries, pioniere dell’Arte generativa dagli anni Sessanta, opere digitali vendute fisicamente nella versione stampata e sulla piattaforma C-VERSO, dove i file possono essere modificati dagli acquirenti prima dell’acquisto (base di 110 euro ciascuno per 200 pezzi unici in digitale), tutte opere di artisti giovani, come, in questo caso, Stefano Contiero (1991). All’opposto punta tutto sull’Anacronismo la Galleria Vigato, con un recupero programmatico del gruppo storico, con pezzi di tutti i suoi rappresentanti in memoria della Biennale del 1984, in cui furono presentati da Maurizio Calvesi come alternativa radicale al concettuale.

Per rientrare nella storia, tappa alla Repetto Gallery, stand con opere del Novecento che non sbagliano, tra autori come Giacomo Balla (in generale molto rappresentato in fiera) e Ubaldo Oppi, del quale espone un tornito nudo di bella romagnola (non ci dice il prezzo). Chiudiamo il giro di oggi con DEP Art, che accanto ai classici amati dal collezionismo, come Salvo, Alberto Biasi, Turi Simeti, Regine Schumann, Pino Pinelli e Natale Addamiano, risponde all’invito di Marco Meneguzzo di dedicare una sezione all’Arte esatta, allestendo un equilibrato duetto tra Wolfram Ullrich e Carlos Cruz-Diez (1923-2019), maestro storico che appare però un po’ «fuori portata» di prezzo per Bologna, con quotazioni vicine ai 200mila euro.

Parte seconda | Le prime (tiepide) vendite

di Valeria Tassinari

Atmosfera tiepidina alla partenza di Arte Fiera, dove decisamente si sente un certo sbalzo di temperatura rispetto al clima caldissimo che si respira fuori, e non solo per l’anticipo di estate promesso dal sole «marinaro» di questi giorni. Poche settimane dopo il gran botto iniziale della Biennale di Venezia, incastrata nella serrata sequenza di fiere ed eventi internazionali tra i quali Basilea e Kassel in arrivo, circondata dalla proliferante programmazione collaterale di Art City (che come sempre accende gli animi della scena artistica bolognese) e assediata, che lo si voglia dire o no, da notizie che certo non rassicurano, la fiera bolognese sembra un po’ chiusa nella sua bolla.

Nell’aria, tra pubblico ed espositori, sincera soddisfazione per il fatto che Bologna possa di nuovo giovarsi dell’apertura in presenza della sua storica fiera, che finalmente torna a essere pienamente sé stessa, cioè un’occasione per portare fisicamente attenzione e fermento intorno all’arte contemporanea in città, dove innegabilmente si sentiva la mancanza dell’evento dopo l’edizione on line dello scorso anno e l’imprevisto rinvio di gennaio, quando i motori erano già accesi.

A dominare i discorsi c’è molta prudenza, diciamo un diffuso senso di realtà che trova ovunque espressione in un’edizione pacata, senza nessuna voglia di stupire, e tantomeno di rischiare, con allestimenti o proposte che non possano essere oggetto di trattative ragionevoli. A due ore dall’opening a invito qualche bollino era già spuntato, come ad esempio per un piccolo olio astratto di Mauro Reggiani, primi anni Trenta, subito venduto per 34mila euro da Cardelli e Fontana.

Stand allestiti prevalentemente in maniera super classica, display quasi retrò con qualche tentazione di effetto mercatino, generalmente respiro più ampio solo per quelle gallerie, un quarto del totale, che hanno accettato l’invito del curatore artistico Simone Menegoi di proporre anche monografiche di artisti, storicizzati o viventi. Confermata l’identità prettamente nazionale degli espositori, in un’edizione in cui forse è ai minimi storici la presenza di gallerie interamente estere.

Nel complesso il numero tiene perché sono 142, tra le 103 della Main Section e le 39 suddivise nelle tre sezioni curatoriali, ma l’impressione è che non sia stato affatto semplice mantenere una dimensione adeguata per rappresentatività e varietà. Particolare attenzione alla scena italiana anche per la sezione Focus, curata da Marco Meneguzzo, che propone una ricognizione sull’«Arte esatta» tra gli anni Cinquanta e Settanta (Arte cinetica, Programmata e affini) grazie al contributo di sette gallerie con spiccata presenza (e tendenza) milanese.

Più ampio il gruppo di gallerie della sezione Pittura XXI, che il curatore Davide Ferri ripropone per la seconda volta, con un panorama onnicomprensivo ed eterogeno, e occhieggiamenti ripetuti agli anni Ottanta, ma senza trascurare l’astrazione dell’ultimo ventennio. La fotografia e le immagini in movimento, meno diffuse del solito nella sezione principale, si concentrano soprattutto nelle 14 gallerie della sezione dedicata, curata dalla piattaforma Fantom.

Tra gli espositori si registra una precisa attenzione per artisti del territorio: bello e doveroso l’omaggio a Pirro Cunibertidella Galleria Maggiore, che accanto si suoi artisti di sempre, dai novecentisti a Sissi, propone un allestimento dedicato a uno dei più amati personaggi della scena bolognese, con un’ampia selezione di suoi disegni esili e poetici, commentata con l’intelligenza sottile delle sue stesse parole.

Raffinata la sezione dedicata agli affreschi del modenese Franco Guerzoni dallo Studio G 7, che espone anche Daniela Comani e Giulio Paolini. Conferma invece la sua attenzione alla ricerca delle donne la galleria londinese Richard Saultoun, con un’ampia selezione di ceramiche dell’artista pugliese Franca Maranò, scomparsa novantenne nel 1915 e ora oggetto di riscoperta. Tra i classici da riscoprire, che avevamo già visto e rivediamo con interesse, il triestino Arturo Nathan con i perturbanti dipinti degli anni Venti e Trenta esposti dalla Galleria Torbandena, insieme a un’importante scelta di opere del Novecento proveniente direttamente dagli eredi della Collezione Jesi, tra le quali un grande cavallo di Marino Marini.

Tra le opere di autori internazionali, due pezzi di impatto museale, rari in questo contesto: la gigantografia a colori «Ballerina “Cathrine”» di Per Barclay (2001)nello stand impeccabile di Giorgio Persano, e lo scenografico «Art», un neon tautologico di Maurizio Nannucci (1990) da Astuni. E, sempre per restare su opere di luce che scrivono tautologie, suona come una sintesi perfetta della visita la luminaria di led colorati di Marinella Senatore da Mazzoleni: «Dance First, Think Later (2022)». Ma domani si continua il giro di danza.

Parte prima | La vernice

di Riccardo Deni

Una prima piacevole novità di questa inedita edizione primaverile di Arte Fiera, rinviata a maggio causa Covid, sono il sole e una rigenerante temperatura di 25 gradi fuori dai padiglioni di Bologna Fiere, una grande differenza dal canonico clima invernale di gennaio. Sembra un dato scontato ma questa nuova data, forzata dalla crisi pandemica, è un elemento chiave nella strategia di una fiera che, nonostante la sua lunghissima storia, si ritrova quest’anno in una sorta di edizione numero zero, in un nuovo contesto temporale (tra la Biennale di Venezia inaugurata il 19 aprile e Art Basel che si svolgerà dal 16 al 19 giugno) alla ricerca, di conseguenza, di un nuovo assetto nei confronti del proprio pubblico.

Sono selezionate le persone che attraversano i corridoi nella mattina inaugurale di giovedì 12 maggio, alla scoperta dei due padiglioni: il primo maggiormente dedicato al moderno e il secondo più focalizzato sul contemporaneo. Nel padiglione numero diciotto spicca la qualità dello stand di Tornabuoni, sempre ricco di grandi capolavori, da Fontana a Burri e Morandi. Non lontano, a rappresentare la Torino dell’arte, la galleria Mazzoleni con una parete esterna dedicata ai neon e ai collage di Marinella Senatore (dai 10mila ai 35mila euro) e la galleria Umberto Benappi con un carotaggio sugli anni ’80 e opere di Aldo Mondino (50mila euro) e Salvo, sapientemente mixate in un rimando continuo con una riflessione sugli esiti e sul ruolo della pittura e della sua grande eredità.

Poco oltre, lo stand della sede romana di Richard Saltoun porta alcuni notevoli lavori di Eliseo Mattiacci (cosmogonie su carta a 25mila euro) e un coraggioso lavoro di Silvia Giambrone, costituito da specchi intessuti con spine: un’«esplorazione delle pratiche del corpo con una particolare attenzione alle forme più sotterranee di assoggettamento».

Nel padiglione 15 vince il contemporaneo, tra la soddisfazione di molte gallerie da Peola Simondi di Torino a P420 di Bologna, alla milanese Francesca Minini. All’ingresso del padiglione si arriva transitando da una lounge con un’installazione sonora di Liliana Moro che sembra gettarci in uno straniante magazzino o alle prove di un concerto tecno. P420 propone una personale di Marlin James con sette pezzi e l’opera «Trasparenze» che campeggia a centro muro, una raffinata tavolozza di colori impressa su una sottile tela trasparente montata a vista sul telaio del quadro: una sorta di sindone del colore (15mila euro); all’interno dello stand un nuovo lavoro di Riccardo Baruzzi e una «bistecca» di Karen Happel (5mila euro).

La galleria romana Monitor presenta una impressionante tela Nicola Samorí, con due corpi decomposti dalla forza della pittura (40mila euro), poi i nuovi lavori di Flavio Favelli, carte di cioccolatini che mimano un cielo stellato giottesco, negli stessi giorni della fiera l’artista presenta inoltre «Jugopetrol», suo nuovo spazio bolognese. Nello stand della galleria Repetto, oltre a una notevole selezione di opere di Melotti e due sali su carta di Calzolari, un ristretto ma denso gruppo di opere di Arcangelo Sassolino, che rappresenta il Padiglione di Malta alla 59ma Biennale di Venezia, in fiera un cemento nero (30mila euro), una risma (15mila euro), uno pneumatico e una morsa di vetri e di cemento di Alessandro Piangiamore, potenti e tristi con i loro florilegi naturali impressi (15-18mila euro).


Questa prima giornata termina per noi con un passaggio metaforico da Torino, da Peola Simondi, nello stand tre fotografie avvolte dalla nebbia e dai ricordi di Paola de Pietri (14mila euro), e da Persano, con un monumentale wallpaper di Per Barclay, raffigurante una donna che sembra una ballerina in caduta libera con i pugni e le braccia intinte di nero quasi ad annunciare un’azione, e con una serie di fotografie di Paolo Cirio, autore torinese noto per le riflessioni sul controllo di riconoscimento facciale imposto dalle nuove tecnologie, che l’artista utilizza per «riconoscere» e «smascherare» chi di solito le utilizza, i membri della polizia e delle forze speciali francesi nei disordini delle Banlieue, in una sorta di rovesciamento del destino.

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