L’occhio di un’Epoca

Casa dei Tre Oci termina la tradizione espositiva legata alla fotografia con una mostra di Mario De Biasi

Mario De Biasi, «Guardarobiera, New York», 1956 (particolare)
Veronica Rodenigo |  | Venezia

Duecentosedici scatti (metà inediti) ci riportano «ai tempi in cui la stagione della fotografia era ancora in mano a pochi esperti che dovevano conoscerne la tecnica, studiare la chimica, sapere di ottica, dominare la luce, anticipare il movimento»: la generazione di Mario De Biasi (Sois, Belluno, 1923-Milano, 2013), come afferma Enrica Viganò.

A lui dedica una retrospettiva la Casa dei Tre Oci dal 13 maggio al 9 gennaio, intitolata «Mario De Biasi. Fotografie. 1947- 2003», ultima mostra di una felice tradizione espositiva legata alla fotografia: il palazzo sull’isola alla Giudecca, venduto al Berggruen Institute, diverrà infatti sede di altri appuntamenti culturali in linea con la nuova proprietà. Curata dalla Viganò, con catalogo Marsilio, la mostra è suddivisa in dieci sezioni che ripercorrono la carriera del fotoreporter dalle umili origini, partito dalla montagna veneta e trasferitosi per necessità come giovanissimo radiotecnico prima alla Magneti e Marelli a Milano e poi alla Siemens di Norimberga.

Fotografo autodidatta, rientrato a Milano mette a frutto la sua passione e nel 1953 la rivista «Epoca» (Mondadori), nata sulla scia dell’americana Life, lo assume suggellando l’inizio della sua carriera. De Biasi si dimostra sin da subito audace e dotato di tenacia, trasformando una naturale inclinazione per la fotografia in attitudine professionale.

Dell’Italia del dopoguerra ha ritratto con sensibilità neorealista le nuove periferie, le schiere di pendolari meneghini, la sensuale e giovanissima Moira Orfei vestita di bianco che fa voltare gli italiani e sorride ai leoni del suo circo. Nel 1956 è inviato a Budapest per documentare l’insurrezione antisovietica e la sua crudezza. Poi Mosca e la Siberia, il servizio sugli astronauti in viaggio sulla Luna, i volti del Cinema a Venezia, quelli anonimi e diversi per etnia, cultura, religioni dei viaggi in Medio ed Estremo Oriente, Sud America e India e tante altre tappe di un itinerario lungo una vita, che l’ha condotto fino ai 3.000 metri dell’Etna per riprenderne l’eruzione e a lavori più concettuali e astratti tradotti in dettaglio dalla natura.

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